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Cassazione: il paziente ha il diritto a non curarsi

A manifestare le volontà del soggetto può essere anche una terza persona da lui stesso indicata



Roma. Il paziente ha "un vero e proprio diritto di non curarsi" ma tale volontà deve essere espressa in modo chiaro e manifesto nel momento in cui esso si trova in pericolo di vita. A ribadirlo è la Corte di Cassazione con una sentenza che riguarda il caso di un testimone di Geova che chiedeva il risarcimento dei danni morali e biologici perché i medici, all'ospedale di Pordenone, gli avevano praticato una serie di trasfusioni di sangue nonostante egli avesse un cartellino con scritto 'niente sangue'. Nel caso in esame, la terza sezione civile del tribunale di piazza Cavour ha respinto il ricorso, spiegando che "nell'ipotesi di pericolo grave e immediato per la vita del paziente, il dissenso del medesimo debba essere oggetto di manifestazione espressa, inequivoca, attuale, informata". E questo perché un conto "è l'espressione di un generico dissenso ad un trattamento in condizioni di piena salute, altro riaffermarlo puntualmente in una situazione di pericolo di vita". Per i giudici insomma è "innegabile l'esigenza che, a manifestare il dissenso al trattamento trasfusionale, sia o lo stesso paziente che rechi con sé una articolata, puntuale, espressa dichiarazione dalla quale inequivocamente emerga la volontà di impedire la trasfusione anche in ipotesi di pericolo di vita, ovvero un diverso soggetto da lui stesso indicato quale rappresentante ad acta il quale, dimostrata l'esistenza del proprio potere rappresentativo, confermi tale dissenso all'esito della ricevuta informazione da parte dei sanitari". Un cartello, dunque, non basta. Del resto, così come "la validità di un consenso preventivo ad un trattamento sanitario non appare in alcun modo legittimamente predicabile in assenza della doverosa, completa, analitica informazione sul trattamento stesso", allo stesso modo l'espressione di un dissenso 'ex ante', "privo di qualsiasi informazione medico terapeutica, deve ritenersi impredicabile qualora il paziente, in stato di incoscienza, non sia in condizioni di manifestarlo".




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La Cassazione ribadisce: diritto a non farsi curare


Beppino Englaro con la foto della figlia Eluana


La Cassazione ribadisce: sì al diritto dei pazienti di rifiutare le cure. Rafforzando le tesi della famiglia Englaro sul caso della figlia Eluana.

La Cassazione - con una sentenza appena depositata nata dal ricorso di un testimone di Geova contrario a ricevere trasfusioni di sangue in caso di pericolo di vita - ribadisce che deve essere «riconosciuto al paziente un vero e proprio diritto di non curarsi, anche se tale condotta lo esponga al rischio di morte». Per i supremi giudici questo è un principio «di indubbia rilevanza costituzionale che emerge, tra l'altro, tanto dal codice di deontologia medica quanto dal documento del comitato nazionale per la bioetica del 1992».

Ma affinchè i medici si astengano dal somministrare al paziente incosciente le cure dalle quali quest'ultimo dissente, come le trasfusioni, è necessario che il «non consenso» sia contenuto in una «articolata, puntuale, espressa dichiarazione dalla quale inequivocamente emerga la volontà di impedire la trasfusione anche in ipotesi di pericolo di vita».

Il «non consenso» - qualora il paziente non abbia con sè la sua dichiarazione di contrarietà a determinate pratiche mediche - può anche essere espresso da una persona indicata come «rappresentante "ad acta"» indicato dallo stesso paziente. Questi principi contenuti nella sentenza 23676 della terza sezione civile della Cassazione ribadiscono il diritto del paziente a non curarsi riprendendo l'orientamento enunciato affrontando il caso di Eluana Englaro.

In particolare, con la decisione della Cassazione ha dato torto a Mirko G., un testimone di Geova al quale, nel gennaio del 1990, erano state praticate una serie di trasfusioni di sangue nell'ospedale di Pordenone dove era stato trasportato in condizioni di incoscienza e in pericolo di vita. Mirko aveva con sè un cartellino con la dicitura "Niente sangue" e i medici non lo presero in considerazione ritenendo che quella semplice scritta non potesse avere un valore concreto perchè serviva un consenso «chiaro, attuale, informato». Il punto di vista dei medici è stato condiviso dalla corte d'appello di Trieste, oltre che dalla Cassazione. Mirko, che però dalle trasfusioni è stato contagiato con il virus dell'epatite B, otterrà il risarcimento per l'insorgenza del virus. La somma gli sarà liquidata dalla corte d'appello di Trieste che dovrà rioccuparsi del suo caso.

Fonte



fonte

L'articolo 'Cassazione: il paziente ha il diritto a non curarsi' è stato pubblicato sul sito Estense, in data 16 settembre 2008, rubrica Cronaca (www.estense.com)

L'articolo 'La Cassazione ribadisce: diritto a non farsi curare' è stato pubblicato sul sito del giornale "L'Unità", in data 16 settembre 2008, rubrica Interni (www.unita.it)