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Il caso: Il diritto del singolo alla salute



«Il diritto del singolo alla salute, come tutti i diritti di libertà, implica la tutela del suo risvolto negativo: il diritto di perdere la salute, di ammalarsi, di non curarsi, di vivere le fasi finali della propria esistenza secondo canoni di dignità umana propri dell' interessato, finanche di lasciarsi morire». Questi principi, affermati dalla sentenza con la quale il 16 ottobre 2007 la Corte di Cassazione ha dato ragione ai genitori di Eluana Englaro, sono alla base di una recente decisione del giudice del tribunale civile di Firenze Roberto Monteverde, che ha accolto il ricorso di una Testimone di Geova. Nel 1996 la signora era stata operata al cuore in una casa di cura fiorentina e l' intervento era stato eseguito nel rispetto della sua volontà, e cioè senza trasfusioni. Tre giorni più tardi, però, i medici rilevarono la formazione di un ematoma e la presenza di una notevole anemia. L' indomani informarono la paziente che sarebbe stato necessario un secondo intervento e che sarebbero state necessarie delle trasfusioni di sangue. La signora, cosciente e consapevole delle conseguenze del suo rifiuto, negò il consenso. Lo negò anche subito prima di essere condotta in sala operatoria, alla presenza dei medici, dei familiari e di un Testimone dei Geova che in clinica assisteva i suoi correligionari ricoverati. L' operazione ebbe esito favorevole. Sei anni più tardi, dopo aver ottenuto copia della cartella clinica, la paziente scoprì che durante il secondo intervento le erano state trasfuse otto unità di sangue. Il che probabilmente le aveva salvato la vita. Al tempo stesso, però, non era stata rispettata la sua volontà. Per tale motivo la signora decise di fare causa alla casa di cura, chiedendo il risarcimento del «danno non patrimoniale derivante dalla lesione dei suoi diritti costituzionalmente garantiti». Una consulenza tecnica ha confermato che i medici operarono in maniera corretta dal punto di vista clinico e che il riscorso alla trasfusione di sangue era sostanzialmente inevitabile. Inoltre nel ' 96 vi era la massima incertezza giuridica intorno a queste delicate questioni e certamente i medici erano convinti di agire nell' interesse della salute della malata e in conformità al loro codice deontologico. Il giudice ne ha tenuto conto e per tale motivo ha accordato alla paziente un risarcimento danni poco più che simbolico, pari a 3.000 euro. Tuttavia le ha dato ragione, riconoscendo che era stato violato «il diritto alla non futile sua autodeterminazione nel non consentire il trattamento salva-vita della trasfusione di sangue, fondato sul proprio convincimento religioso tutelato dalla Costituzione, costituente un limite invalicabile di rispetto della persona umana». Perché - come ha stabilito la Cassazione nel caso Eluana - «il rifiuto delle terapie medico-chirurgiche, anche quando conduce alla morte, non può essere scambiato per un' ipotesi di eutanasia... esprimendo piuttosto un atteggiamento di scelta, da parte del malato, che la malattia segua il suo corso naturale». - FRANCA SELVATICI




Questo articolo è stato pubblicato sul quotidiano Repubblica, in data 27 gennaio 2009, da parte del giornalista Franca Selvatici, sezione Firenze, pagina 5; consultabile on line sul sito ricerca.repubblica.it