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"Lo guardiamo lottare per vivere ma non tradiamo la fede in Geova"

Giovanni Bosco, la famiglia insiste: niente trasfusioni



La moglie non lo abbandona un attimo. Dicono che lui, torinese di 69 anni, ex titolare di un'attività di ristrutturazione, si tranquillizzi e stia meglio non appena lei gli stringe la mano, quando al mattino presto arriva nel reparto di Rianimazione al terzo piano dell'ospedale Giovanni Bosco. La figlia, fuori, ogni tanto le dà il cambio. Il figlio, che l'ha soccorso e l'ha rianimato quando è stato colpito dall'infarto, non ha il coraggio di vedere il padre in quelle condizioni disperate e attende con angoscia notizie dai medici seduto nella sala d'attesa. E sono 25 giorni che vanno avanti così, dal 31 luglio, il giorno dell'infarto che lo ha ridotto in fin di vita. Che lui sia un testimone di Geova da trent´anni, così come la moglie prima di lui e anche quattro dei sei figli, non sembrerebbe avere importanza. Se non fosse per quelle trasfusioni di sangue che, da protocollo medico, dovrebbero essere fatte quando i valori del sangue scendono sotto certi limiti, ma che lui - e la sua famiglia compatta con lui - rifiuta.

«Stiamo soffrendo tanto - raccontano i familiari - ci sono poche possibilità che nostro padre si salvi. E nonostante questo non vogliamo tradire la sua volontà. Anche perché lo diceva sempre: "Non so se avrei la forza per decidere di mia moglie o dei miei figli, ma so cosa voglio per me, e non voglio che mi iniettino sangue". E noi lo rispettiamo».

Una volontà che deriva dalla fede in Geova, che richiede che ci si astenga dal sangue. «Questo significa che non dobbiamo assolutamente immettere nel nostro corpo sangue altrui e neanche il nostro che sia stato conservato - è uno dei loro precetti - I veri cristiani accetteranno altri tipi di terapia, come la trasfusione di prodotti non ematici. Vogliono vivere, ma non cercheranno di salvare la propria vita infrangendo le leggi di Dio».

Quando i livelli di emoglobina si sono abbassati, i medici hanno chiamato i parenti e hanno chiesto conferma di quello che già lui aveva detto, ribadito e scritto: «Nessuna trasfusione». E, per rispettare la volontà religiosa e allo stesso tempo cercare una cura, il primario del reparto, Sergio Livigni, sta utilizzando un prodotto artificiale, un polimero di emoglobina bovina, sperimentato negli Stati Uniti proprio per venire incontro alle esigenze dei testimoni di Geova.

In verità la situazione del paziente, già cardiopatico da anni, pare talmente compromessa e delicata che non è detto che una trasfusione sia un salvavita, anche se potrebbe aumentare le speranze o solamente allungare l'agonia. «Vogliamo però precisare una cosa - continuano i familiari - che in ospedale ci stanno seguendo bene, con la massima attenzione e stanno rispettando in pieno questa scelta di fede. Nostro padre è in cura qui da tanti anni con il progetto Giotto per i cardiopatici. Parlare di battaglia tra noi e i medici non è corretto: certamente i medici ci hanno parlato delle conseguenze che il rifiuto delle trasfusioni potrebbe avere. Ma non hanno mai interferito».

Per il momento il paziente è in condizioni stabili, alterna fasi vigili ad altre di incoscienza, ma l'ospedale sta prendendo provvedimenti per essere pronto nel caso la situazione clinica dovesse aggravarsi. Nonostante ci sia un documento, firmato con tanto di testimoni, del suo rifiuto alle trasfusioni ed egli stesso abbia ribadito più volte il concetto ai medici curanti nei primi giorni di ricovero, oggi il giudice tutelare nominerà un amministratore di sostegno che segua la vicenda. La famiglia in realtà avrebbe già scelto in precedenza una persona di fiducia, ma occorre che ci sia l'avallo del giudice.

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fonte

Questo articolo è stato pubblicato in data 26 agosto 2009 sul giornale La Repubblica, edizione di Torino, da parte della giornalista Federica Cravero (http://torino.repubblica.it)