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"Non fategli la trasfusione", battaglia tra medici e parenti

Un testimone di Geova in pericolo di vita. Emoglobina troppo bassa, l'ospedale chiama i giudici: autorizzateci all'intervento. Su un foglio scritto un anno fa le sue volontà. Convivente e figlia ne chiedono il rispetto



La scelta è tra rispettare la volontà del paziente o fare tutto il possibile per salvare una vita. C'è un uomo ricoverato in gravi condizioni in rianimazione, il suo valore di emoglobina è bassissimo, ed è altamente probabile che solo una trasfusione di sangue potrà salvarlo. Ma lui è testimone di Geova, e la sua religione gli impone di rifiutarla: su un foglio, firmato oltre un anno fa, le sue volontà sono chiarissime. Di fronte alla possibilità sempre più concreta di ora in ora che l´uomo entri in serio pericolo di vita, ai medici non è rimasto altro che chiedere a un giudice tutelare l´autorizzazione a procedere ugualmente, o meno, alle cure.

Ma nel frattempo se la situazione dovesse ulteriormente peggiorare, e diventare improvvisamente critica, cosa fare? L´ospedale - direzione generale e medicina legale - è di questa linea: la trasfusione si dovrebbe fare comunque anche a costo di una denuncia per "violenza privata". Anche contro quindi la scelta del paziente, perché quel pezzo di carta da lui firmato non può valere come testamento biologico. Fino all´ultimo però il primario intende rispettare la volontà del paziente. E probabilmente spetterà comunque solo al medico curante la scelta di come agire.

Il testimone di Geova, un paziente di circa settanta anni, è ricoverato nel reparto di rianimazione dell'ospedale Giovanni Bosco, proprio lo stesso dove lavorava l'infermiera Piera Varetto, accusata di omicidio volontario per un bolo di calmante su un quarantenne in fin di vita. In quello stesso reparto è stato portato anche l'anziano: cardiopatico, ha avuto un infarto. Le sue condizioni sono peggiorate col tempo, e si è posta solo in questi ultimi giorni con sempre maggiore urgenza la delicata questione della trasfusione.

I parenti sono stati chiari fin da subito: la figlia e la convivente chiedono a gran voce di rispettare la volontà dell´uomo. Una volontà, per altro, da lui ribadita più volte. C'è stata anche una consulenza psicologica: l´uomo è risultato in pieno possesso delle sue facoltà. Il testimone di Geova ha nominato un amministratore di sostegno: anch'egli però ha negato il consenso alla trasfusione. Le condizioni di salute ora sono state definite dai medici "molto critiche", anche se per qualcuno il valore di 5 gr di emoglobina non è ancora "stato di necessità", sebbene già rappresenti il pericolo di vita. Il paziente passa da stati di veglia - in cui ribadisce che non vuole la trasfusione - a stati di incoscienza.


«Questa situazione è davvero difficile e delicata - ha spiegato il primario Sergio Livigni - perché ci pone di fronte a un problema di coscienza. E' vero che il dovere del medico è di fare tutto il possibile per salvare una vita, ma suo dovere è anche rispettare la volontà del paziente. Per me è sempre stato un valore importantissimo, ed è quello che ho fatto in altri casi simili in cui è stato possibile adottare altri tipi di cure, e che spero di poter fare fino all´ultimo anche in questo: non utilizzare la trasfusione di sangue». Il testimone di Geova infatti è stato sinora curato con l´eritropoietina, un ormone in grado di alzare la produzione di globuli rossi nel sangue. Lui ha anche accettato il plasma e l'albumina. Ma la trasfusione è vietata, perché «Geova impone di stare lontani dal sangue».

«Speriamo che il giudice tutelare si esprima in tempi rapidi - ha spiegato il direttore generale dell´azienda To2 Giulio Fornero - e che la situazione non diventi ancora più critica. E´ molto probabile che la decisione del giudice sia di lasciare al medico la valutazione e la scelta finale. In questo caso, quello cioè di seria emergenza e pericolo di vita, allora è da preferire salvare una vita, con il rischio di incorrere in una denuncia per violenza privata, piuttosto che per omicidio colposo. Ma al momento speriamo che questa scelta di coscienza del medico curante non debba essere così necessaria».



fonte

Questo articolo è stato pubblicato in data 25 agosto 2009 sul giornale La Repubblica, edizione di Torino, da parte della giornalista Sarah Martinenghi (http://torino.repubblica.it)