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La Trinità esiste veramente?



L'articolo 253 del Catechismo della Chiesa Cattolica Romana recita: La Trinità è Una. Noi non confessiamo tre dèi, ma un Dio solo in tre Persone: «la Trinità consustanziale» [Concilio di Costantinopoli II (553): Denz. -Schönm., 421]. Le Persone divine non si dividono l'unica divinità, ma ciascuna di esse è Dio tutto intero: «Il Padre è tutto ciò che è il Figlio, il Figlio tutto ciò che è il Padre, lo Spirito Santo tutto ciò che è il Padre e il Figlio, cioè un unico Dio quanto alla natura» [Concilio di Toledo XI (675): Denz. -Schönm., 530]. «Ognuna delle tre Persone è quella realtà, cioè la sostanza, l'essenza o la natura divina» [Concilio Lateranense IV (1215): Denz.-Schönm., 804].

Questo dogma è insegnato anche dalla maggior parte delle chiese protestanti/evangeliche, dalle chiese ortodosse e da altre chiese della cristianità, seppur con “lievi” differenze. Tale dogma è considerato il fulcro del credo della cristianità al punto tale che vi si fa riferimento come discriminante per classificare una chiesa come cristiana o meno. I trinitari in pratica non riconoscono come cristiani coloro che pur riconoscendo il Padre come il vero Dio, il Figlio come unigenito dio, e lo spirito santo come forza attiva di Dio, non accettano la dottrina trinitaria così come affermata dal concilio niceno-costantinopolitano. Per questo motivo è doveroso chiedersi se tale dogma è fondato sulla Sacra Scrittura oppure è il risultato della tradizione extra biblica e si pone in antitesi ad essa.

In questo articoli ci limiteremo a considerare l'aspetto cristologico e la relazione ontologica fra Padre e Figlio. La figura e la funzione dello spirito santo, verrà analizzata in altri articoli del sito.

Le discussioni cristologiche post apostoliche, pervennero alla conclusione che il Gesù storico fu caratterizzato contemporaneamente da una duplice natura: umana e divina. In pratica, secondo la teologia trinitaria, Gesù Cristo sarebbe stato allo stesso tempo vero uomo e vero Dio!

Se si mette nel giusto rilievo il fatto che Gesù fu un vero uomo, come si può dire che questo vero uomo fu anche contemporaneamente vero Dio? Se leggiamo il NT vediamo che il Cristo, più che nella sua natura è visto nella sua funzione di salvatore escatologico, di redentore. Tuttavia la speculazione personale dei “cristiani” si è rivolta ad esaminare la natura spostando il punto focale della attenzione neotestamentaria, per cui dalle prime timide espressioni di Filippesi 2:5-11, Col. 1:15-20, Ebrei 1:1-2, vangelo di Giovanni, si giunse alla asserzione dei concili di Nicea e Calcedonia, e ad affermare che egli ha “la stessa sostanza del Padre”, che è vero Dio e vero uomo. Si tratta di uno sviluppo della teologia del NT oppure di una deformazione introdottasi nel pensiero biblico? Il dogma della divinità di Cristo ne ha fatto un essere che tutto conosce, un uomo che non poteva peccare e nemmeno essere tentato come noi, nonostante le affermazioni bibliche che asseriscono la sua ignoranza del giorno finale (MT 24:36) e la sua peccabilità, in quanto tentato come tutti noi (Ebrei 4:15).

Non dimentichiamo che mai Gesù si è personalmente proclamato uguale a Dio, basti pensare al passo marciano “Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, tranne uno solo, Dio” (Marco 10:18), nel quale anzi si distingue da Dio e non vuole affatto che gli si attribuiscano dei titoli propri al Padre, che è l'unico vero Dio. Sembra quindi strano, che della “divinità” di Cristo, vi si faccia riferimento solo in così pochi passi, per di più discutibili e incerti. Come mai manca ogni confessione di fede nel NT in Gesù Cristo come Dio, mentre se ne trovano diverse che lo identificano come “Signore”? Non è forse per il fatto che la identificazione trinitaria posteriore non corrisponde al messaggio biblico primitivo?

Importante poi non ignorare che anche se talora le Scritture chiamano Gesù Dio (Theòs), mai usano tale termine in modo da identificare Gesù come colui che è chiamato "il Dio” (ho Theòs), vale a dire il supremo Dio, l'Onnipotente. Dobbiamo stare ben attenti a non identificare il linguaggio dei semiti e del NT con il linguaggio moderno. E' vero che per i primi cristiani Gesù era il riflesso della gloria divina, il primogenito delle creature, la sapienza di Dio, la parola di Dio, elevato al di sopra degli angeli; per indicare tutto ciò essi lo hanno chiamato il Cristo, il Figlio dell'uomo, il figlio di Dio, il Signore e in certe circostanze anche Dio. Ora è un fatto che il linguaggio greco non faceva grande distinzione tra l'umano e il divino, per cui i filosofi di valore, re e soldati potevano essere chiamati “figli di Dio, Signori e Dio”. Anche le affermazioni su Gesù come Dio vanno valutate nel contesto dell'AT, dove pur asserendosi il monoteismo in modo assai forte, esseri particolari sono chiamati “Figli di Dio”, “Signori” e anche “Dio”. Ad es. in Salmo 8:5 anche gli angeli sono chiamati ´elohìm, come è confermato dalla citazione che ne fa Paolo in Ebrei 2:6-8. In Genesi 6:2, 4, Giobbe 1:6 e 2:1 sono chiamati benèh ha´Elohìm, “figli di Dio” (CEI); “figli del vero Dio” (NM). Il Lexicon in Veteris Testamenti Libros (L. Koehler e W. Baumgartner, 1958, p. 134) dice: “(singoli) esseri divini, dèi”. E a pagina 51 dice: “i (singoli) dèi”, e cita Genesi 6:2; Giobbe 1:6; 2:1; 38:7. Perciò in Salmo 8:5 ´elohìm è reso “angeli” (LXX); “quelli simili a Dio” (NM). Il termine ´elohìm è usato anche a proposito di dèi idolatrici. A volte significa semplicemente “dèi”. (Eso 12:12; 20:23) Altre volte è un plurale di maestà e si riferisce a un unico dio (o dea). Comunque quegli dèi chiaramente non erano delle trinità. — 1Sa 5:7b (Dagon); 1Re 11:5 (la “dea” Astoret); Da 1:2b (Marduk). In Salmo 82:1, 6, ´elohìm si riferisce a uomini, giudici umani d'Israele. Gesù, quando gli fu rimproverato di bestemmiare perché secondo loro si proclamava Dio pur essendo uomo, citò questo Salmo in Giovanni 10:34, 35. Erano dèi in quanto rappresentanti e portavoce di Geova. Similmente a Mosè fu detto che doveva servire come “Dio” per Aaronne e per Faraone. — Eso 4:16, nt.; 7:1.

Anche il NT in 2 Pietro 1:4 indica che i cristiani stessi divengono “partecipi della natura divina”.

Si accorda la giusta considerazione a questi fenomeni linguistici dell'AT e del NT quando si studia la cristologia neotestamentaria? Se il re o il giudice poteva essere chiamato “Dio” in quanto rappresentava Dio su questa terra, a maggior ragione lo poteva, anzi, lo doveva essere il Cristo!

Occorre sottolineare che la cristologia neotestamentaria è tutta impregnata di subordinazionismo. Anche dopo la sua resurrezione egli è presentato come distinto e separato da Dio, come un altro membro della corte celeste, pari agli angeli, sia pure in una situazione ad essi superiore. Egli si trova alla destra di Dio (Atti 7:56) e gli uomini lo vedranno tornare dal cielo come una persona distinta da Dio. Ma se noi lo identifichiamo con Dio, gli si da ancora la medesima posizione che egli godeva presso i primi cristiani? Data questa sua distinzione dal Padre, il ritenere Gesù come vero Dio non ci conduce necessariamente ad ammettere una specie di i teismo?

Si deve poi intendere i singoli passi secondo il contesto generale di tutto lo scritto sacro; ad esempio le attestazioni più forti della “divinità” del Cristo si rinvengono proprio nel Vangelo di Giovanni, dove più degli altri si mette in risalto la subordinazione del Figlio al Padre: «Il Padre è maggiore di me» (Gv 14, 28); «Da me io non posso fare nulla . . . io non cerco la mia propria volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato» (Gv 14, 30). Proprio nel IV° Vangelo, all'accusa di farsi uguale a Dio, Gesù, anziché riconfermare tale fatto, lo spiega in modo subordinazionista: se possono chiamarsi “Dio” coloro ai quali la parola è rivolta, tanto più può essere chiamato “Dio” colui che dona tale parola (Gv 10, 34). Perciò, anche se il prologo di Giovanni sembra avvicinarsi alla dottrina del Concilio di Nicea, esso va letto alla luce del subordinazionismo ben pronunciato nel complesso del suo Vangelo» .

Lo stesso va detto per i passi paolini che apparentemente affermano la divinità del Cristo, come Col 1, 15-20; essi vanno intesi alla luce del subordinazionismo che si trova in 1 Cor 15, 28. Va anzi ricordato che la sintesi paolina è ben descritta nelle sue famose parole: «Il capo di ogni uomo è Cristo; e il capo di ogni donna è l'uomo; e il capo di Cristo è Dio ». Perciò, una cristologia intesa in termini funzionali e di relazione personale piuttosto che nella categoria ontologica, è quella che meglio segna il ritorno alla prospettiva biblica. Di più Paolo sostiene la subordinazione del Figlio a Dio Padre anche dopo che egli avrà compiuto la sua funzione salvifica e avrà abbattuto tutti gli avversari, morte compresa: «Quando tutte le cose sono così subordinate a lui, allora il Figlio stesso sarà subordinato a Dio . . . e così Dio sarà tutto in tutti» (1 Cor 15, 28).

E' da tenere presente anche il fatto che gli Ebrei, pur essendo rigidamente monoteisti, mai accusarono i cristiani di introdurre una nuova divinità, di fare di Gesù un altro Dio. Mai accusarono i cristiani di diteismo, mentre li accusarono di tanti altri, secondo loro, misfatti ed errori, come di rendere messia colui che essi avevano appeso al legno. Fu solo più tardi con la conclusione di Nicea che il cristianesimo fu accusato da parte dei musulmani di ammettere una triplice divinità anziché un Dio unico.

Di più anche se si dicesse che Gesù, oltre alla natura umana ha anche quella divina, per cui a lui si possono attribuire tanto le prerogative divine che quelle umane, l'uguaglianza divina e l'inferiorità umana, va detto che Gesù non fa questa distinzione. La sua personalità è unica ed è appunto questa persona, non la sua natura che ignora il giorno della fine del mondo, ma sa ciò che vi è nel cuore umano, che da una parte è uguale a Dio perché riferisce solo ciò che lui vuole, dall'altra è del tutto subordinata al Padre perché gli è sottoposta. La sua uguaglianza poi deve durare sino al compimento della sua missione, dopo la quale egli sarà definitivamente sottoposto al Padre.

Si potrebbe fare una sintesi nel modo seguente: anziché dire che Gesù è Dio, direi che in lui abita in modo del tutto particolare la divinità. In lui è Dio che parla. È Dio che compie miracoli, è Dio che salva. Dio è in lui in modo del tutto particolare. Anche quando parlava un profeta, in quell'attimo era Dio che parlava. Attraverso il profeta si udiva la parola di Dio, ma quel fenomeno durava per breve tempo, poi il profeta tornava un uomo normale come tutti gli altri. Ma in Gesù, almeno dopo l'inizio della sua missione pubblica, Dio era vivente di continuo: la sua parola era sempre parola di Dio, la sua azione era sempre azione di Dio. Egli era profeta, non solo per un breve momento, ma di continuo. Sempre in lui si manifestava attraverso la sua parola e i suoi gesti; in lui Dio compiva prodigi, non solo in un dato momento (come nel caso di Elia e di Eliseo), ma di continuo. «So che tu mi esaudisci sempre – dice Gesù nel caso di Lazzaro – ma è per loro che io ti prego; perché sappiano che tu mi hai mandato» (Gv 11, 41). Lo spirito santo è sempre in lui dopo il battesimo e non solo temporaneamente, per cui la potenza di Dio è la sua potenza, e questa potenza divina lo trasformò in spirito con la resurrezione (2 Cor 3, 17).

Ma sarebbe uno sbaglio asserire l'identità di natura tra il Padre ed il Figlio, poiché le identiche parole che servono a denotare l'unione tra Gesù e il Padre, sono pure quelle che servono a denotare l'unione tra Cristo e i cristiani e tra i cristiani tra di loro, benché ognuno conservi la propria personalità naturale (Gv 17, 21 e ss). Mi sembra che ciò sia espresso chiaramente quando Gesù dice: «Che tutti siano una cosa sola, come tu, Padre, sei in me e io in te, anch'essi siano una cosa sola in noi, affinché il mondo creda che tu mi hai mandato» (Gv 17, 21). Non disse «tu sei me», ma «tu sei in me»; non «io sono te», ma «io sono in te». Si tratta di abitazione, di unione di vivere l'uno dell'altro (come tra Cristo e il cristiano), non di identificazione di natura o di essenza. Gesù è “funzionalmente” identico al Padre, in lui è l'amore del Padre che si dispiega, è la salvezza del Padre che mi perviene, anche se naturalmente sono distinti e l'uno è subordinato all'altro. Verrà poi il momento in cui, terminata la precedente missione (“funzione”) del Cristo, questi si sottometterà definitivamente al Padre, perché «Dio (ossia il Padre) sia tutto in tutti» (1 Cor 15, 28).





N.B. E' doveroso precisare che questo articolo è basato su uno studio del prof. Fausto Salvoni, dal titolo "Chi è per te Gesù Cristo" (Ed. Lanterna 1973). F. Salvoni si è laureato in teologia e ha ottenuto poi la licenza in Sacra Scrittura all'università pontificia di Roma. Ha collaborato alla realizzazione di alcuni volumi dell'enciclopedia cattolica e ha tradotto vari libri della Bibbia Concordata. Ha anche tradotto il Nuovo Testamento intitolato "La Buona Notizia" (Editrice Lanterna, Genova, 1972). Verso il 1950 ha abbandonato la chiesa cattolica romana, perché da lui ritenuta in evidente antitesi con la Sacra Scrittura, sia dal punto di vista dottrinale sia sul piano organizzativo.

Una sua dettagliata analisi critica della Chiesa Cattolica Romana (CCR) si può trovare nel monumentale lavoro in 5 volumi "dal Cristianesimo al cattolicesimo", nel quale prende in considerazione la struttura organizzativa cattolica e le principali dottrine: battesimo, cena del Signore, sacerdozio, confessione e perdono dei peccati … Un volume a parte, "da Pietro al papato" è dedicato all'analisi e confutazione del papato Infine, un altro libro è dedicato alla confutazione dei dogmi mariani. Titolo dell'opera: "Verginità di Maria. Leggende e verità." Per informazioni su come reperire queste opere, potete scrivere al nostro sito.