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La sfida di un dottore: chirurgia tumorale, ma "niente sangue"

Di Larry Zaroff

Pubblicato: 8 Novembre 2005


Chiunque si ricorda della prima volta. Ogni cosa ti rimane nella mente.

Entrò con delicatezza nel mio ufficio, come una ballerina, giovanile nei suoi 45 anni circa. Aveva saputo dal suo medico di avere un tumore al polmone, ma nonostante questo era calma come una piuma in una giornata senza vento e si sedette davanti a me.

La scrivania di un medico è imponente, e forma un "fossato" che lo separa dal paziente. La scrivania esprime il potere del medico. Ma quando lei pronunciò le prime frasi (come se un'orchestra stesse suonando l'attacco di "Così parlò Zarathustra"), "Niente sangue, sono una Testimone di Geova", il potere passò dall'altra parte.

Le sue credenze religiose erano forti quanto le mie convinzioni riguardo all'importanza della chirurgia. Non chiese nulla riguardo ai rischi dell'operazione o le possibili complicazioni.

I chirurghi non vanno certo a cercare i Testimoni di Geova. Era stata lei a "sentir parlare di me".

Ero preoccupato. A lungo termine, ebbi visioni di una serie di operazioni senza sangue. I Testimoni di Geova sono un gruppo unito; trovare un chirurgo disposto ad operare senza sangue avrebbe potuto marchiarmi per sempre.

Guardammo insieme le lastre. Spiegai che la massa, delle dimensioni di un limone, che si trovava nella parte inferiore del suo polmone sinistro avrebbe probabilmente richiesto l'asportazione di metà del polmone stesso. Dato che il suo polmone funzionava bene, non avrebbe avuto danni alla respirazione.

Lei annuì. "Tutto quello che deve fare, dottore, ma niente sangue, niente trasfusioni", disse.

Le spiegai: "Il bisogno di sangue in questo tipo di operazioni è inusuale". Ma poi le chiesi: "Cosa ne dice se prelevassimo anticipatamente una parte del suo sangue per tenerlo come emergenza in caso di necessità durante l'operazione?".

Tenere da parte del sangue del paziente per un uso a posteriori è una pratica comune in molte operazioni. La sua risposta fu decisa: "No, no, questo non è permesso".

Ero giovane, spericolato. Non esitai. Di certo avrei potuto completare l'operazione senza la perdita di un quantitativo significativo di sangue. Non avevo mai considerato la possibilità di una morte per dissanguamento: come mi sarei sentito? Come avrei potuto giustificare la sua perdita ai suoi familiari che non erano Testimoni di Geova?

La sera prima dell'operazione ci ripensai: il tumore sembrava localizzato nella parte bassa del suo polmone sinistro, facile da rimuovere. Non avevo mai fatto una trasfusione ad un paziente per quella procedura.

Nonostante ciò la possibilità di una complicazione che richiedesse il sangue, anche se bassa, era presente. Avevo sempre tenuto da parte del sangue per tale eventualità.

Non avrei conservato del sangue per lei. Era risoluta: "Mi lasci morire. Niente sangue".

Se avesse perso del sangue durante l'operazione avrei voluto, avrei potuto mantenere la mia promessa, portando la sua morte con me per sempre? Qual'era il mio dovere primario: quello verso l'etica professionale - salvare delle vite - o verso le sue credenze? Era la sua decisione una scelta di vita? Cosa sarebbe stata la sua vita se io, rimuovendo il tumore, le avessi dato del sangue?

La decisione di procedere senza sangue era infine facile da prendere. Ai chirurghi piacciono le sfide.

Lei arrivò alla sala operatoria come se stesse passeggiando per il giardino, rilassata, col battito cardiaco calmo e stabile. Feci l'incisione fra le costole intorno al polmone. Nessun problema.

Il tumore incastonato nel polmone lanuginoso, come una bomba nascosta in un cuscino, sembrava duro, sicuramente un cancro. Per rimuovere una porzione del polmone bisogna separare tutte le attaccature, arterie, vene e bronchi, i "tubi" che portano l'aria. Isolai e tagliai con facilità le vene e i bronchi. Tutto bene. Un attimo.

Liberai l'arteria, passando un laccio di seta intorno al vaso sanguigno e, come al solito, lasciai che il mio assistente chiudesse il laccio. Quello di cui non ci accorgemmo era che l'arteria era malata. Il laccio la tagliò, versando del prezioso sangue. Sangue e ancora sangue, non molto a dire il vero, ma come uno tsunami viste le circostanze.

Il mio dito chiuse momentaneamente il foro, permettendomi di riordinare le idee. Ci sono momenti nelle operazioni chirurgiche in cui non fare niente è la cosa migliore. Fortunatamente l'arteria era abbastanza lunga per applicare un morsetto vascolare, in modo da ricucire il vaso.

Dopo questo mi sentii come un pilota che perde un motore in fase di decollo e riesce a virare e riatterrare. La perdita di sangue era piccola, il risultato buono. Ma la possibilità di un dissanguamento mortale era sempre presente. Rabbrividii, pensando alle conseguenze.

Inspirai, il mio assistente smise di sudare, l'anestesista si sedette. La perdita di sangue della paziente, solo 75 c.c., poteva essere facilmente tollerata. (I donatori danno 500 c.c. alla Croce Rossa). Ci sentivamo come se noi stessi avessimo bisogno di una trasfusione. Il resto dell'operazione fu lineare. La paziente si riprese bene.

Noi, chirurghi dell'Ovest, portiamo nelle sale operatorie le tecnologie più avanzate, gli strumenti più precisi, le migliori medicine. Abbiamo fatto anni di addestramento ed esami. Siamo regolarmente esaminati dai nostri colleghi, dai nostri capi, dai nostri dottori di riferimento. Siamo competenti.

Ma i pazienti insoliti con malattie serie continuano a metterci alla prova, a sfidare le nostre abilità ed i nostri giudizi.



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