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Richiesta spiegazioni su Esodo 3:14

Scambio epistolare tra un testimone di Geova e il curatore di una edizione interlineare in merito al verbo usato in Esodo 3:14



DOMANDA LETTORE: 04/05/01 h 14:08
Egregio Sig. Curatore, ho acquistato l'interlineare di Esodo. Si tratta certamente di un'importante opera il cui solo difetto sta probabilmente nel prezzo. Penso a quanto mi verrà a costare l'intero testo ebraico!

Non è certo per questo che mi rivolgo a Lei, ma data la sua disponibilità lo faccio per porle un quesito di traduzione che nasce dall'esame del terzo capitolo di Esodo. I versetti in questioni sono il 3,12 e il 3,14. Pur non conoscendo l'ebraico risulta evidente che due termini identici vengono tradotti con forma verbale diversa. Mi riferisco al termine %*%! che traslitterato dovrebbe essere "ehyeh" il quale al v.12 è tradotto al futuro "Io sarò" e al v.14, per tre volte, lo si traduce al presente "Io sono". Mi chiedo quali ragioni ci sono alla base di questo modo diverso di intendere lo stesso termine. Vista l'implicazione dottrinale che ha il v.14 nella teologia, credo sia importante sottolineare quali sono le ragioni lessicali che autorizzano un modo diverso di intendere il v.14. In altre parole le chiedo: tradurre il versetto 14 con "Io sarò colui che sarò" è sbagliato? Se non lo è capisce che sull'intendimento teologico che si da al v.14 sorge qualche problema. D'altra parte il pregiudizio dottrinale non dovrebbe condizionare il lavoro del traduttore il quale ha il solo dovere di attenersi fedelmente al senso delle parole. Per questo desidero sapere quali sono le ragioni lessicali che suggeriscono l'uso del presente anziché del futuro al v.14.

Sarei grato se Lei o la stessa collaboratrice poteste chiarirmi questo punto.

Cordialmente

Lettore



RISPOSTA CURATORE: 04/05/01 h 21:43
Come sempre, le sue domande sono intelligenti e intriganti. Cerco di risponderle per gradi.
Premetto che il problema riguarda il solo v. 14, giacché in linea generale è corretto tradurre col futuro la forma "qal incompiuta" del verbo essere, come fa il v 12.
Ma perché la stessa forma verbale viene nel v. 14 resa col presente? Cominciamo con le testimonianze antiche e meno antiche:
LXX e VG traducono il v 14 col presente;
Idem la versione di King James;
Idem il celebre Diodati;
Tutte le versioni moderne, cattoliche e protestanti, traducono col presente.
Di fronte a questa massiccia unanimità appare quanto meno sospetta di eccessivo filologismo la versione di Lutero che usa il futuro; una versione americana corrente, la NIV,si limita a segnalarne la possibilità in nota.
Abbozzo un tentativo di risposta alla sua domanda motivando il rilievo critico avanzato contro la pur eccellente versione di Lutero.
La forma verbale "qal incompiuta" sta ad indicare, come dice il nome, un'azione che non è (ancora) conclusa, terminata. Spesso e volentieri il qal inaccomplì lo si rende col futuro, e nel v. 12 la cosa quadra col contesto. Ma nel v. 14 l'intuito di traduttori antichi e moderni ha capito che parlando di sé, autodefinendosi, Dio non può che dire, con un "qal inaccompli", "Io sono", cioè "Io continuo a essere". In questo senso il futuro per cui opta Lutero forse pecca di eccessivo letteralismo filologico.
Non dimentichi infine che l'ebraico ha sostanzialmente solo due forme temporali: l'accompli, che generalmente (ma non sempre) si traduce col passato; e l'inaccompli, che (solitamente) si traduce col futuro.
Sembra, infine, che lo stesso tetragramma sacro JHWH sia un "qual inaccompli" terza pers. masch. sing. = Colui che sarà, o, meglio, Colui che continua a essere.

La saluto.



REPLICA LETTORE: 05/05/01 h 14:52
La ringrazio per la sua tempestiva risposta. E' mia intenzione approfondire questo argomento, ma per poterlo fare compiutamente ho bisogno di prendermi un pò di tempo.

C'è una cosa che comunque volevo subito chiederle suggeritami da quello che Lei dice a questo proposito:

"Non dimentichi infine che l'ebraico ha sostanzialmente solo due forme temporali: l'accompli, che generalmente (ma non sempre) si traduce col passato; e l'inaccompli, che (solitamente) si traduce col futuro."

Mi fa notare che la forma temporale inaccompli "solitamente si traduce col futuro".

Volevo allora chiederle se poteva segnalarmi altri casi in cui si preferisce tradurre la forma verbale su indicata con il presente e più precisamente se vi sono casi in cui il temine %*%! (ehyeh) è in altri contesti, oltre Esodo 3,14, trodotto col presente.



RISPOSTA CURATORE: 06/05/01 h 16:13
Non sono tanto esperto di ebraico biblico da poterle rispondere esaustivamente. Ma mi permetto di aggiungere che non mi sembra questa («volevo chiederle se poteva segnalarmi altri casi in cui si preferisce tradurre la forma verbale su indicata con il presente e più precisamente se vi sono casi in cui il temine %*%! (ehyeh) è in altri contesti, oltre Esodo 3,14, tradotto col presente») la via per individuare la più corretta traduzione di Es 3,14.
Infatti in ebraico e in altre lingue semitiche si dà il fenomeno del cosiddetto waw conversivo o inversivo: in una stessa frase due verbi uniti dalla congiunzione "we" (= waw + la vocale "e" breve), il primo nella forma accompli (= perfetto), il secondo nella forma inaccompli (= futuro) – né a tuttoggi i filogi sono riusciti a spiegare in maniera soddisfacente il perché di tale tale diversità di tempo in due verbi contigui – vengono tradotti entrambi con un passato, in quanto quel waw vieta nel secondo caso di ricorrere al futuro bensì impone di "convertire" il futuro in passato. La casistica dunque circa il modo corretto di tradurre il qual inaccompli di qualsiasi verbo risulterebbe, in forza del fenomeno suddetto, complicata assai.
Il modo più corretto di tradurre Es 3,14, ribadisco, può essere individuato solo rifacendosi alla natura del tempo inaccompli considerata in questo caso specifico: l'azione incompiuta di "essere" la si rende meglio, qui, con un futuro o con un presente continuativo? I traduttori antichi, che l'ebraico lo sapevano bene, hanno optato per il presente continuativo. Tra i moderni, chi segue Lutero è, che io sappia, soltanto l'ebreo Chouraqui, il quale nella sua versione francese prima traslittera l'ebraico e poi traduce: «Elohim dit à Moshè: "Èhiè ashèr èhiè! - Je serai qui je serai".... Je serai, "Èhie", m'a envoyé vers vous».
Consulti inoltre La Bibbia in lingua corrente («Io sarò sempre quello che sono»... Il Dio che si chiama "Io-Sono" mi ha mandato a voi») e legga la nota a Es 3,14.
Concludendo, ribadisco pure,in secondo luogo, che la versione tradizionale al presente non è arbitraria ma piuttosto ha secondo me azzeccato il significato esatto di quell'inaccompli nel caso in questione, mentre il futuro preferito da Lutero saprebbe di eccessivo letteralismo, come conferma Chouraqui il quale, quasi per giustificarsi, prima di tradurre sente il bisogno di traslitterare.
Sarebbe pertanto quanto meno ingeneroso sospettare intenti manipolatori soggiaccenti alla così unanime e filologicamente bene informata versione tradizionale.
Curatore.
Ps. Posso sapere da dove scrive lei?



REPLICA LETTORE: 08/05/01 h 16:19
Esordisco col dirle che scrivo da *********! Conosce la città?

Come le ho già detto non conosco l'ebraico ma sono attento nel considerare come esperti di ebraico considerano la traduzione di passi biblici di importanza teologica come Esodo 3,14 e come diverse traduzioni rendono il passo. Sono in grado di disporre di molte informazioni sopratutto grazie al contributo di amici che condividono con me l'interesse per le Sacre Scritture.

Lei sostiene che la mia richiesta [ «volevo chiederle se poteva segnalarmi altri casi in cui si preferisce tradurre la forma verbale su indicata con il presente e più precisamente se vi sono casi in cui il temine (ehyeh) è in altri contesti, oltre Esodo 3,14, tradotto col presente» ] non sia "la via per individuare la più corretta traduzione di Es 3,14". Non intendevo affatto considerarla "la via", ma una strada da percorrere per individuare se nel contesto biblico vi sono dei fattori semantici che possono modificare o cambiare le nostre preferenze linguistiche. Rintracciare altri casi in cui al termine in questione si da lo stesso significato attribuito al v.14 sarebbe un'importante elemento che testimonierebbe a favore della scelta di preferire il presente, specialmente se il brano non è di importanza dottrinale. Diversamente i dubbi che il pregiudizio teologico abbia determinato quella scelta traduttiva hanno ragione di essere se solo in quel passo si opta per il presente quando "solitamente" la forma verbale inaccompli è tradotta con il futuro.

Del resto lei stesso dice: "l'intuito di traduttori antichi e moderni ha capito che parlando di sé, autodefinendosi, Dio non può che dire, con un "qal inaccompli", "Io sono", cioè "Io continuo a essere"."

Non mi convince questo ragionamento. Chi mi assicura che "l'intuito" di quei traduttori non sia stato viziato da un pregiudizio dottrinale? Non voglio sembrarle il Bastian contrario della situazione ma per me è importante che un traduttore riproduca nella lingua del ricevente l'equivalente naturale più vicino del messaggio della lingua originale. Ora è vero che bisognerebbe chiederlo a Mosè e ciò non è possibile e che l'ebraico biblico è una lingua morta, ma la conoscenza che si ha della lingua sembra dire che il tempo presente è il meno probabile. A tal proposito ho trovato interessante un commento raccolto in ICR (it.cultura.religioni) fatto da un esperto di ebraico il quale scrive a proposito di Es 3,14: "Tradurre con il presente, e'il meno indicato, se proprio si deve fare una scelta. Il senso di presente, nell'ebraico e' dato dal participio attivo, non certo da un imperfetto, che viene appunto riservato per le azioni non ancora terminate, e che non e' certo quello che l'originale ebraico riporta..."

Vorrei inoltre riportarle altre fonti:

Il traduttore biblico Erri De Luca rende l'ebraico di Esodo 3:14 con "Sarò ciò che sarò" e nella nota in calce spiega:

"Eiè ashèr eiè: grammaticalmente è due volte il futuro del verbo essere alla prima persona con in mezzo il relativo 'ashèr'. Grammaticalmente è:sarò ciò (o colui) che sarò. La traduzione dei Settanta, che ha condizionato gran parte delle traduzioni seguenti, non potrebbe essere più remota dalla lettera ebraica. Essa legge 'egò eimì o òn', cioè un soggetto che in Ebraico volutamente manca, il verbo essere alla prima persona singolare dell'indicativo presente e un participio presente dello stesso verbo preceduto dall'articolo. Si è perso del tutto il doppio futuro, il doppio 'eié' che salda il nome mai più ripetuto di Iod a quello dato a Mosè due versi prima: 'Eiè immàc'. Da questa traduzione greca proviene la prevalente lettura: Io sono ciò (o colui) che sono, 'l'ego sum qui sum' di san Girolamo nella sua Vulgata. L'incredibile è che quelli che qui traducono lì 'Eiè' al presente, due versi prima e in tutti gli altri luoghi della Lingua sacra lo traducono con il futuro " (Erri De Luca - ESODO/NOMI, pag.23 - Universale Economica Feltrinelli - I Classici - 1994). Inoltre, il pastore evangelico Michele Sinigaglia, afferma: “La frase originale è all'imperfetto ebraico che corrisponde al nostro futuro, quindi non “io sono”, che può dare adito ad ogni forma di riflessione filosofica e religiosa su Dio, ma: “sarò presente quando sarò presente” . (Antico Testamento, 1980, p. 48) Lo studioso cattolico Alfons Deissler dichiara: “La consueta traduzione del v. 14: Io sono colui che sono e l'interpretazione secondo la traduzione greca dei Settanta, adottata anche nella predicazione cristiana (= colui che è), sono insufficienti. Il verbo ebraico ha un significato in cui è implicito qualcosa di dinamico: divenire, accadere, avvenire con l'effetto di esser-vi poi. Inoltre, esso è usato in un tempo che esprime contemporaneamente il presente e il futuro”. E nella sua versione di Esodo 3:14 rende l'espressione con “Io vi sarò colui che vi sarò”. (Io sarò sempre con te, Città Nuova, 1984, pp. 11, 12) Inoltre il Commento della Bibbia Liturgica (1994) Ed. San Paolo dice: "La spiegazione suppone che il nome Yahveh derivi dalla radice hajah, essere, nella sua forma verbale di imperfetto, e, di conseguenza, interpreta: «Sarò colui che sarò»…".

Le indico una serie di traduzioni che usano il futuro:

"Io sarò ciò che sarò" – Mo .

"Diverrò ogni cosa a mio piacimento" – Ro.

Rotherham aggiunse questa nota a Es. 3:14 nella sua traduzione: "Hayah ["Essere", radice di "ehyeh"] non significa "essere esistenzialmente o ontologicamente [cioè ciò che Egli è fondamentalmente oppure che Egli esiste], ma fenomenologicamente [cioè, ciò che Lui farà]. …sembra che, secondo l'opinione dello scrittore, ‘ ehyeh e yahweh siano la stessa cosa: che Dio sia ‘ehyeh , ‘Io sarò' quando parla di Se stesso, e yahweh' quando altri parlano di Lui. Ciò che Lui sarà non è espresso – Sarà con loro, come aiutante, rafforzatore, liberatore". – Prof. A.B. Davidson, In Hastings Bible Dictionary , Vol. II, [p.] 199 .

"Sarò ciò che sarò" – BY .

"Sarò quel che sarò" – Leeser .

"Io mostrerò d'essere ciò che mostrerò d'essere" – NWT .

"Continuerò ad essere ciò che sono sempre stato" – J. Wash Watts .

"Sarò ciò che sarò" – NEB .

"Il significato del nome divino (v.12) è ripetuto ed ampliato, la libertà di Dio dal controllo e dalla storia è denotata dalla frase, "Sarò ciò che sarò" – Oxford Study Edition, The New English Bible

"Sarò ciò che sarò" – RSV , margine.

"Sarò ciò che sarò" – NIV , margine.

"Sarò ciò che sarò" – LB , margine.

"Sarò ciò che sarò (o ciò che diverrò)" – The Companion Bible , a margine.

"Sarò ciò che sarò" – I.M. Ruben , 1928.

"Sarò ciò che sarò" – Simon Glazer , 1935.

"Sarò ciò che sarò" – English Revised Version , 1881-1885, a margine.

"Sarò ciò che sarò" – ASV , margine.

"Oppure, sarò ciò che sarò" – M.B. Glazebrook, D.D., Canone di Ely ; The Laylman's Old Testament , Oxford University Press , 1913, a margine.

"Sarò ciò che sarò" – The Revised English Bible , 1989, a margine.

Ho letto la nota in calce della Bibbia in lingua corrente e mi dispiace constatare che delle possibili traduzioni che riporta non fa menzione di quella più corretta grammaticalmente.

Vorrei infine fare una considerazione relativa al testo interlineare. Lei sostiene che Lutero abbia peccato di "eccessivo letteralismo filologico", io penso invece che abbia semplicemente tradotto mantenendo il senso dell'espressione verbale così com'è. Ciononostante ritengo che mentre una traduzione può essere influenzata a torto o a ragione dalla teologia dei traduttori non dovrebbe essere così per una traduzione interlineare la quale deve secondo me preoccuparsi di dare gli equivalenti lessicali delle parole della lingua originale. Credo che questo la vostra interlineare non l'ha fatto!

Salutandola cordialmente chiedo scusa per la lunghezza del messaggio.

A risentirci

Lettore



ANCORA CURATORE: 08/05/01 h 22:48
Caro amico, ammiro la passione con cui ella affronta il problema. Mi pare lei sia perfettamente in grado di formulare e di difendere al riguardo una sua propria opinione personale.
Per parte mia ribadisco (perché sono del parere) che sarebbe un pregiudizio sospettare la presenza di pregiudizi dottrinali nelle traduzioni correnti fino a Lutero; viceversa tali versioni a me sembrano semplicemente dotate di una buona conoscenza dell'ebraico, specialmente del molteplice significato del tempo inaccompli, come ho cercato di illustrarle la volta precedente.
"Chi mi assicura che "l'intuito" di quei traduttori non sia stato viziato da un pregiudizio dottrinale?" R: volevo dunque dire che i traduttori menzionati intuivano non essere probabilmente necessario, qui, rendere l'inaccompli con il futuro. In particolare andrei piano ad attribuire pregiudizi dottrinali al Diodati ("di nation Lucchese"), ed anche ai LXX (Erri de Luca, da buon ebreo, insieme ai suoi correligionari antichi e contemporanei diffida della veneranda traduzione greca: ho segnalato velatamente tale generalizzata diffidenza ebraica verso i LXX nella Presentazione dell'Esodo, p. 7*) e allo stesso Girolamo.
Lei scrive ancora: "...una traduzione interlineare ... deve secondo me preoccuparsi di dare gli equivalenti lessicali delle parole della lingua originale." R: In linea di principio sono d'accordo su questo assioma. Ma lei non immagina quanti problemi sollevi una rigorosa osservanza di esso. Rifletteremo nell'eventualità di una seconda edizione se l'uso del presente nel rendere Es 3,14 lo violi o sia compatibile con esso. Perciò accetto solo con riserva la sua ultima critica: "Credo che questo la vostra interlineare non l'ha fatto!"
La saluto cordialmente.



RISPOSTA LETTORE:
Gentile Sig. Curatore, apprezzo molto quello che in conclusione della sua risposta dice a proposito della traduzione interlineare e della necessità di valutare, se pur con riserva, di tradurre con il futuro anche il v.14 esattamente come si fa al v.12 nell'eventualità di una seconda edizione.

Mi permetto inoltre di dirle che il caso specifico non rientra secondo me in quelli che possono causare problemi traducendo con l'equivalente naturale, a meno che non si parli di "problemi" di natura teologica. Mi scusi se pongo sempre l'accento su questo punto, ma dovrà riconoscere che è un passo che ha notevoli implicazioni dottrinali.

Mi permetto in conclusione di fornirle altri due spunti di riflessione che ho ricevuto in questi giorni.

a) La parola ebraica ehyeh ( % * % ! ) appare oltre 40 volte nella BIBLIA HEBRAICA STUTTGARTENSIA ed è regolarmente tradotta "Io sarò" dalla stragrande maggioranza dei traduttori biblici.

b) Per tradurre in ebraico la frase "io sono quello che sono" (NR) che si trova in 1 Corinti 15:10 i traduttori usano * 0 ! ma mai % * % ! .

Non so quanto siano significative per lei queste ulteriori osservazioni, ma comunque ho ritenuto utile aggiungerle a tutte le altre già fatte.

Per quanto mi riguarda, pur nelle convinzioni delle mie opinioni, ritengo costruttivo il confronto con altri che hanno opinioni diverse e che sono disponibili a confrontarsi come ha fatto lei. Per questo mi auguro di poterla risentire su altri temi.

Cordialmente

Lettore



CONCLUSIONE CURATORE:
Caro Lettore, grazie delle ulteriori chiarificazioni, che terrò presenti.
Per parte mia sono totalmente disponibile a proseguire nel dialogo ogni qualvolta lei lo desideri.