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I TESTIMONI DI GEOVA - Tra "Risorsa sangue" e "Qualità della vita"





Spesso dei testimoni di Geova si sente parlare a proposito del rifiuto della terapia emotrasfusionale. Eppure, più di un addetto ai lavori rico­nosce che anche grazie a loro si sono sviluppate tecniche, apparecchiature e strategie mediche per il risparmio di sangue omologo, e non solo per pazienti Testimoni. Sono noti i vantaggi della chirurgia senza sangue: eliminazione dei rischi infettivi, dell'immunodepressione in chirurgia oncologica e degli errori umani, purtroppo abbastanza frequenti (ad es., "scambio delle sac­che") con conseguenti gravi danni. Oltretutto una migliore gestione della "risorsa sangue" per­mette nel complesso una diminuzione dei costi. Ogni cittadino può decidere personalmen­ te quali tipi di cure accettare e quali rifiutare, a prescindere da come "vive" soggettivamen­te una determinata terapia. I singoli pazienti testimoni di Geova rifiutano una sola terapia medica, l'emotrasfusione, per ragioni religiose; non assumono però un atteggiamento passivo e fatalista, né sono contrari alla medicina e alla ricerca scientifica. Anzi, loro stessi hanno creato una rete di assistenza per i loro confratelli con problemi di salute che sono di solito affrontati con la terapia emotrasfusionale. Questa rete in­ternazionale ricerca la collaborazione dei medi­ci, e sostiene e stimola la ricerca scientifica sulle alternative alle emotrasfusioni.

La rete ("Servizio di informazioni sanitarie"), diretta dalla sede mondiale dei testimoni di Geova e con uffici nelle varie sedi nazionali, coordina l'attività di 1.500 "Comitati di assistenza sanitaria" formati da personale esperto che dà supporto spirituale ed emotivo ai pazienti Te­stimoni e collabora con gli oltre 100.000 me­dici che li hanno in cura. Avvalendosi anche di una banca dati e un archivio di articoli scienti­fici, questi Testimoni informano i medici, dif­fondono articoli scientifici e altro materiale, e incoraggiano lo scambio di informazioni, dati, casistiche ed esperienze tra le diverse équipe chi­rurgiche per favorire la ricerca e l'applicazione di tecniche alternative al sangue. In vari paesi, circa 200 Bloodless Centers adottano i cosiddetti Transfusion Free Program: in queste strutture sanitarie l'approccio del medico verso tutti i pa­zienti è orientato a non utilizzare il sangue in nessuna circostanza.

Dall'esperienza delle équipe mediche che adot­tano questi programmi si evince che per evitare il ricorso alle emotrasfusioni occorre preparare il paziente e pianificare preventivamente l'inter­vento; suddividere, se possibile, in più sedute gli interventi complessi; praticare un'emostasi ac­curata; mantenere costante la volemia e, in caso di emergenza, intervenire subito senza lasciare che i valori ematici si riducano troppo. I chirur­ghi che praticano un'emostasi scrupolosa, che operano velocemente e con sicurezza, riducen­do così i tempi, riescono con più facilità a non usare il sangue: ovviamente, si avvalgono anche delle terapie mediche e degli strumenti adatti ai singoli casi e adottano un approccio "multi­-disciplinare" nel valutare e preparare i casi più complicati.

In Italia, per assistere una comunità di oltre 400.000 persone (tra Testimoni e simpatizzan­ti) operano 99 comitati sanitari, composti da circa 650 membri permanenti e più o meno al­trettanti collaboratori. Più di 2.300 medici, in oltre 200 reparti di diverse strutture sanitarie, gestiscono annualmente oltre 16.000 casi nel rispetto dell'obiezione al sangue.

Sarà bene precisare che tutti i testimoni di Geo­va rifiutano sangue intero e i suoi componenti principali (globuli rossi, globuli bianchi, piastri­ne e plasma) e sono contrari al deposito preoperatorio del sangue. Per altre terapie attinenti, invece, ciascun Testimone decide personalmen­te ed esercita il proprio diritto al consenso o al dissenso informato (ad es., in caso di somministrazione di derivati e frazioni del sangue, uti­lizzazione dell'emodiluizione e delle macchine per il recupero intra e postoperatorio del san­gue, ecc.). Per questo suggeriamo ai medici di concordare con il singolo paziente Testimone il tipo di strategia medica da attuare nel rispetto delle sue scelte.

Nella provincia di Trento i Testimoni sono co­nosciuti e accolti in diverse strutture. Acquisita l'esperienza, ora diversi operatori sanitari considerano le strategie emoconservative una opzione praticabile su tutti i pazienti. Vista la carenza di sangue, specialmente in alcuni periodi dell'anno, l'approccio bloodless, oltre a ridurre notevolmen­te i costi, non fa sprecare una risorsa così preziosa da impiegare su pazienti che non vi obiettano.

È auspicabile che venga riconosciuto il fatto che ogni paziente ha il diritto di decidere se una diagnostica o un trattamento è compatibile con quanto ritiene "degno di essere vissuto", senza che altri gli impongano la propria idea di "qualità della vita". Il Comitato di assisten­za sanitaria dei testimoni di Geova di Trento vuole dare il suo piccolo contributo perché nel­le strutture della provincia abbia pieno corso l"'alleanza terapeutica" tra medico e pazien­te, soggetti che, pur con diverse conoscenze e competenze, operano con pari dignità per de­bellare la malattia.


Rolando Plazzer - Comitato di assistenza sanitaria dei testimoni di Geova di Trento






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TESTIMONI DI GEOVA

Chiarezza sull'assistenza ai Testimoni di Geova

Il Presidente Zumiani risponde al Comitato di Assistenza Sanitaria



Egregio Signor Plazzer,

mi scuso per il ritardo ma impegni mi hanno portato a ritardare la risposta che desideravo redigere.

Con il Consiglio Direttivo ho esaminato, con molta attenzione, il documento che Lei mi ha cortesemente inviato.

Sia pur in un momento politico assai critico in cui, come Lei sa, si annunciano norme stringenti che sostengono la sacralità (e l'indisponibilità) della vita umana, questo Ordine provinciale, as sieme alla FNOMCeo, valorizza il ruolo di guida e di indirizzo che il Codice di deontologia medi­ca assume quale espressione sintetica e condivisa delle tante sensibilità e culture che animano e che sono la ricchezza etica e civile della professione rappresentando un punto di riferimento per la civile convivenza e per la riaffermazione dei va lori etici della solidarietà umana; principi che as­sumono un particolare significato nei momenti in cui ogni essere umano, dinanzi alla malattia e alla morte, diventa più fragile e pone domande ardue e personali a sé stesso ed a quanti portano l'onere della sua cura e che costituiscono, nel loro insieme e nella loro difficile sintesi, una non semplice trama al cui interno ai medici spetta il difficile compito di trovare il filo del loro agire posto a garanzia della dignità e della libertà del paziente, delle sue scelte, della sua salute fisica e psichica, del sollievo dalla sofferenza e della sua vita in una relazione di cura costantemente tesa a realizzare un supporto paritario ed equo, ca­pace cioè di ascoltare ed offrire risposte diverse a domande diverse.

Elementi fondanti di questa alleanza sono, evi­dentemente, l'autonomia decisionale della per­sona e l'autonomia e la responsabilità del medi­co nell' esercizio delle sue funzioni di garanzia poste all'interno di un delicato equilibrio in cui alla tutela e al rispetto della libertà di scelta della persona assistita deve corrispondere la tutela e il rispetto della libertà di scelta del medico, in ragione della sua scienza e coscienza. Personal­mente sono davvero convinto che la relazione di cura sia da intendere come un nucleo forte di relazioni etiche, civili e tecnico-professionali nel quale la persona ed il medico esprimono la loro autonomia e responsabilità che, a loro vol­ta, rappresentano i perni all'interno dei quali si muove l'alleanza terapeutica rappresentata come il luogo, il tempo e lo strumento per dare forza, autorevolezza e legittimazione a chi deci­de e a quanto decide sia nelle situazioni ordina­rie sia in quelle situazioni di cura che affrontano il rifiuto consapevole del paziente e quelle situa­zioni a prognosi infausta in fase terminale e/o caratterizzate da una perdita irreversibile della coscienza: situazioni, queste, in cui l'alleanza terapeutica viene ad assumere straordinario si­gnificato stante la fragilità (e la particolare vul­nerabilità) della persona.

Fare il medico è stato sempre difficile e lo è oggi ancora di più se si considera come la tecnica ha progressivamente cambiato il nascere, il vivere, il soffrire ed il morire.

Ma non per questo il medico non può non interrogarsi sul significato più autentico della professione che si esprime nella solidarietà con l'altro, nella tutela e nel rispetto della dignità di ogni persona.

La deontologia professionale è, al proposito, estremamente chiara ed ho la convinzione che i medici trentini sapranno riflettere e dimostrare la Loro capacità nel farsi garanti dei diritti invio­labili di ogni persona umana.

Il Documento che nel Bollettino dell'Ordine pubblichiamo costituirà un forte stimolo che rinnoverà il dettato deontologico di cui quest'Or­dine si è fatto nel tempo promotore.


- Dott. Giuseppe Zumiani -





(Articolo cartaceo originale)





fonte

Questo articolo cartaceo è stato pubblicato sul Bollettino n° 5 (Dicembre 2011) dell'Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri della Provincia di Trento, pagg. 20-22 (sito web: www.ordinemedicitn.org)

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