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Se il paziente non vuole la trasfusione di sangue

Un Testimone di Geova denuncia i medici che eseguirono l'intervento che gli salvò la vita ma che fu eseguito contro il suo volere


Il giudice Andrea Paladino


di MEO PONTE


Non si può imporre una trasfusione di sangue ad un paziente che si oppone, anche se si trova in pericolo di vita. E' quanto si evince dal decreto di archiviazione del gip Luisa Ferracane a proposito del caso di due medici dell'ospedale Maria Vittoria denunciati da Daniele B., testimone di Geova, che nel novembre del 2006 fu salvato da una trasfusione di sangue effettuata contro il suo volere. L'uomo era rimasto vittima di un incidente sul lavoro. "Consistente nello schiacciamento della mano destra - scrive il gip nella sua ordinanza depositata ieri - ed era stato trasportato in elicottero con urgenza all'ospedale Maria Vittoria... Sin dall'ingresso in pronto soccorso Daniele B. dichiarò di essere testimone di Geova ed espresse categorico dissenso alla trasfusione di sangue ed emoderivati. Detta volontà fu ribadita dall'uomo durante tutta la sua degenza, per circa venti volte, anche con dichiarazioni riportate e sottoscritte in cartella clinica, anche successivamente all'intervento effettuatogli il 22 novembre e sino al 30 novembre quando, durante il percorso postoperatorio, a seguito di un progressivo aggravarsi delle sue condizioni (in particolare una grave anemizzazione) fu trasfuso...".

Le trasfusioni furono fatte mentre l'uomo era sedato. Prima di effettuarle i medici (Claudia Cerato e Guido Borsetti) chiesero un parere alla Procura della Repubblica. Rispose loro il pm Donatella Masia spiegando: "A fronte del pericolo grave ed imminente per la vita può fondatamente ritenersi sussistente la stato di necessità che nel nostro ordinamento consente di effettuare le cure necessarie per salvaguardare la vita sia pure in presenza di opposizione da parte dell'interessato...".

Un anno e mezzo dopo però Daniele B aveva denunciato i due medici e con la Direzione Italiana della Congregazione dei Testimoni di Geova che per la prima volta denunciava l'illeggittima violazione dei loro principi, si era affidato all'avvocato Francesco Dassano. L'inchiesta era stata affidata al pm Andrea Padalino che aveva chiesto l'archiviazione motivandola con la sussistenza dello stato di necessità, dato che il paziente era in pericolo di vita e con la mancanza di dolo dei medici che avevano agito per salvare la vita del paziente, autorizzati con un provvedimento del pm Masia. L'avvocato Dassano si era però opposto all'archiviazione con una dettagliata memoria in cui sosteneva: "Un'interpretazione costituzionalmente orientata impone di escludere l'operatività dell'esimente nei casi in cui si è in presenza di un dissenso alla cura espressamente e validamente prestato dal paziente capace di intendere e di volere".

Il giudice, pur optando per l'archiviazione, ha accolto la tesi di Dassano scrivendo: "A cagione di un dissenso pieno, libero e più volte espresso i medici intervenuti non avevano più il dovere né il diritto di intervenire... non potevano neanche agire in virtù di un invocato stato di necessità poiché, pur esistente un concreto pericolo di vita, non esiste nel nostro ordinamento un soccorso di necessità coattivo che vada oltre, superandola, la contraria volontà del paziente...". Ha archiviato però le accuse contro i due medici perché "indotti in errore" dal parere dato loro dal pm a cui si erano rivolti.



fonte

Questo articolo è stato pubblicato sul sito del giornale la Repubblica ed. Torino, in data 17 gennaio 2013, sezione Cronaca da parte del giornalista Meo Ponte (http://torino.repubblica.it)