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Nome di Dio: usare la forma "Geova" è ragionevole?



Non si conosce esattamente quali vocali fossero pronunciate del Nome di Dio (YHWH) in ebraico. Causa di ciò fu un intendimento, a cui progressivamente giunsero gli ebrei, in base al quale il Nome (HaShem) era troppo sacro da poter essere lasciato pronunciare comunemente. Nei secoli, ciò contribuì allo smarrimento della precisa pronuncia del Tetragramma.

Dopo la vocalizzazione delle Scritture Ebraiche da parte dei Masoreti (Testo Masoretico), si è affermata storicamente una forma italiana molto nota come Geova. La ritroviamo nel "Nabucco" di G. Verdi come nella poesia di Giosuè Carducci, "Inno a Satana", tanto per citare degli esempi.

Nel panorama religioso, i Testimoni di Geova sono coloro che si sono avvalsi pienamente della grafia Geova quale associazione nominativa di Dio. Sorge spontanea la domanda: pur non potendo assurgere ad esatta traduzione del Sacro Nome, si può considerare la forma Geova ancora oggi attestata per continuare a identificare l'Iddio Onnipotente?

Il presente articolo, prendendo spunto da quanto riportato da The Catholic Encyclopedia alla voce "Jehovah"* si propone di fornire indicazioni in merito.

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Geova (Yahweh)

Il nome proprio di Dio nel Vecchio Testamento; da allora gli ebrei lo hanno chiamato il nome per eccellenza, il grande nome, l'unico nome, il nome glorioso e tremendo, il nome nascosto ed occultato, il nome della sostanza, il nome proprio, e molto frequentemente lo shem hammephorash, ovvero il nome univoco o separato, nonostante il preciso significato di questa ultima espressione sia argomento di discussione (cfr. Buxtorf, "Lessico", Basilea, 1639, col. 2432 sqq.).
Il nome Geova ricorre più frequentemente di qualsiasi altro nome Divino. Le concordanze di Furst ("Vet. Test. Concordantiae", Leipzig, 1840) e di Mandelkern ("Vet. Test. Concordantiae", Leipzig, 1896) non sono completamente d'accordo sul numero di volte in cui compare; ma in cifre tonde è presente nel Vecchio Testamento 6.000 volte, da solo o insieme ad un altro nome Divino. La Settanta e la Vulgata rendono generalmente il nome "Signore" (Kyrios, Dominus), una traduzione di Adonai che spesso ha sostituito Geova nella lettura.

La pronuncia di Geova

I Padri e gli scrittori Rabbinici sono d'accordo nel rappresentare Geova come un nome ineffabile. Per quanto riguarda i Padri, abbiamo soltanto bisogno di prestare attenzione alle seguenti espressioni: onoma arreton, aphraston, alekton, aphthegkton, anekphoneton, aporreton kai hrethenai me dynamenon, mystikon. Leusden non potrebbe indurre un qualunque ebreo, anche se si trovasse in situazione di povertà, a pronunciare il vero nome di Dio, anche se gli offrisse le promesse più allettanti. La condiscendenza dell'ebreo ai desideri di Leusden effettivamente non sarebbe stata di alcun effettivo beneficio al lungo termine; gli ebrei moderni sono incerti sulla esatta pronuncia del nome Sacro quanto i loro contemporanei cristiani. Secondo una tradizione rabbinica la pronuncia esatta di Geova fu cessata di essere usata ai tempi di Simeone il Giusto, che era, secondo Maimonide, un contemporaneo di Alessandro il Grande. Ad ogni modo, sembra che il nome non sia stato più pronunciato dopo la distruzione del Tempio. La Mishnah risponde in più di una occasione alla nostra domanda: Berakhot, IX, 5, permette l'uso del nome Divino come forma di saluto; nel Sanhedrin, X, 1, Abba Saul rifiuta ogni prospettiva del mondo avvenire a coloro che lo pronunciano come è scritto; secondo il Thamid, VII, 2, i sacerdoti nel Tempio (o forse a Gerusalemme) potevano adoperare l'esatto nome Divino, mentre i sacerdoti nella nazione (al di fuori di Gerusalemme) dovevano accontentarsi del nome Adonai; secondo Maimonide ("More Neb.", I, 61 e "Yad chasaka", XIV, 10) l'esatto nome Divino era usato soltanto dai sacerdoti nel santuario che conferivano la benedizione, e dal Sommo Sacerdote nel Giorno di Espiazione. Phil ["De mut. nom.", n. 2 (ed. Marg., I, 580); "Vita Mos.", III, 25 (II, 166)] sembri affermare che in queste occasioni i sacerdoti comunque dovevano parlare a voce bassa. Finora però abbiamo analizzato la tradizione ebrea post-cristiana in merito all'atteggiamento degli ebrei prima di Simeone il Giusto.

Per quanto riguarda la tradizione primitiva, Giuseppe Flavio (Antiq., II, XII, 4) dichiara che non era permesso usare il nome Divino; in un altro punto (Antiq., XII, v, 5) egli dice che i Samaritani avevano eretto sul Monte Gherizim un anonymon ieron. Questa eccessiva venerazione per il nome Divino deve essere generalmente prevalsa nel periodo in cui la versione dei Settanta fu fatta, dato che i traduttori hanno sempre sostituito Kyrios (Signore) al posto di Geova. Ecclesiastico (Siracide) 23:10 sembra proibire solo un uso arbitrario del nome Divino, benchè non possa essere negato che Geova non è presente così frequentemente nei recenti libri canonici del Vecchio Testamento come lo era nei manoscritti più antichi. Sarebbe difficile determinare in che periodo questa forma di riverenza per il nome Divino originò tra gli Ebrei. Gli scrittori rabbinici fanno derivare la proibizione della pronuncia del Tetragramma, così come il nome di Geova è chiamato, da Levitico 24:16: "e chiunque bestemmia il nome del Signore, morendo lo lascerete morire". Il participio ebraico noqedh, qui reso "bestemmia", è tradotto honomazon nella Settanta e sembra avere il significato di "fissare", "designare" (in base ai significati delle proprie vocali) in Genesi 30:28; Numeri 1:17; Isaia 62:2. Eppure, il contesto di Levitico 24:16 (confronta i versetti da 11 a 15), favorisce il significato "bestemmiare". Gli esegeti rabbinici fanno derivare la proibizione anche da Esodo 3:15; ma questo argomento non può reggere il confronto di una buona analisi ermeneutica (cfr. Drusius, "Tetragrammaton", 8-10, nei "Critici Sacri", Amsterdam, 1698, I, p. II, colonna 339-42; "De nomine divino", ibid., 512-16; Drach, "Harmonic entre l'Eglise et la Synagogue", I, Parigi, 1844, pp. 350-53, e Nota 30, pp. 512-16). Così è stata data la spiegazione al cosiddetto qeri perpetuum, secondo il quale le consonanti di Geova sono sempre accompagnate nel testo ebraico dalle vocali di Adonai eccetto nei casi in cui Adonai sta in apposizione a Geova: in questi casi le vocali di Elohim sono state sostituite. L'uso di uno shewa semplice nella prima sillaba di Geova, anziché uno shewa composto nella sillaba corrispondente di Adonai e di Elohim, è richiesto dalle regole della grammatica ebraica che determinano l'uso dello shewa. Quindi la domanda: Quali sono le effettive vocali della parola Geova?

È stato affermato da alcuni recenti eruditi che la parola Geova risale solo all'anno 1520 (cfr. Hastings, "Dizionario della Bibbia", II, 1899, p. 199: Gesenius-Buhl, "Handwörterbuch", 13° ed., 1899, p. 311). Drusius (loc. cit., 344) raffigura Peter Galatinus come l'inventore della parola Geova, e Fagius come il diffusore del termine nel mondo degli eruditi e dei commentatori. Ma gli scrittori del sedicesimo secolo, cattolici e protestanti (per es. Cajetan e Théodore de Bèze), avevano una perfetta familiarità con il termine. Galatinus stesso ("Areana cathol. veritatis", I, Bari, 1516, a, p. 77) presenta la forma "Geova" come conosciuta ed accettata come vera nel suo tempo. Inoltre, Drusius (loc. cit., 351) scoprì questa forma da Porchetus, un teologo del quattordicesimo secolo. Per concludere, la parola è stata pure trovata nel "Pugio fidei" di Raymund Martin, un opera scritta circa nel 1270 (ed. Parigi, 1651, pt. III, dist. II, cap. III, p. 448 e Nota, p. 745). Probabilmente l'introduzione del nome Geova è antecedente a R. Martin.

Non c'è da meravigliarsi se questa forma è stata considerata come la pronuncia esatta del nome Divino da eruditi come Michaelis ("Supplementa ad lexica hebraica", I, 1792, p. 524), Drach (loc. cit., I, 469-98), Stier (Lehrgebäude der hebr. Sprache) e da altri.

- Il nome "Geova" è composto da forme abbreviate dell'imperfetto, del participio, e del perfetto del verbo ebraico "essere" (ye=yehi; ho=howeh; wa=hawah). Secondo questa spiegazione, il significato di Geova sarebbe "Egli è Colui che sarà, è, ed è stato". Ma una simile struttura etimologica per una termine nella lingua ebraica non ha analogie.
- La forma abbreviata Jeho suppone la forma completa Geova. Ma la forma Geova non può rappresentare le abbreviazioni Jahu e Jah, mentre l'abbreviazione Jeho potrebbe essere derivata da un'altra parola.
- Il nome Divino è parafrasato in Apocalisse 1:4 e 4:8 dall'espressione ho on kai ho en kai ho erchomenos, nella quale ho erchomenos è l'equivalente riferito a ho eromenos, "colui che sarà"; ma in realtà significa "colui che sta venendo", che in seguito alla venuta del Signore, Apocalisse 11:17 conserva solo la locuzione ho on kai ho en.
- Il confronto del nome Geova con il latino Jupiter, Giove trascura totalmente le forme più complete dei nomi latini Diespiter, Diovis. Qualsiasi collegamento di Geova con il nome divino egiziano composto da sette vocali greche è stato rifiutato da Hengstenberg (Beitrage zur Einleiung ins Alte Testament, II, 204 sqq.) e da Tholuck (Vermischte Schriften, I, 349 sqq.).

Prendete in considerazione i seguenti scrittori antichi:

- Diodoro Siculo scrive Jao (I, 94);
- Ireneo ("Adv. Haer.", II, XXXV, 3, in P. G., VII, col. 840), Jaoth;
- Gli eretici Valentiniani (Ir., "Adv. Haer.", I, iv, 1, in P.G., VII, col. 481), Jao;
- Clemente di Alessandria ("Strom.", V, 6, in P.G., IX, col. 60), Jaou;
- Origene ("in Joh.", II, 1, in P.G., XIV, col. 105), Jao;
- Porfirio (Eus., "Praep. evang", I, ix, in P.G., XXI, col. 72), Jeuo;
- Epifanio ("Adv. Haer.", I, iii, 40, in P.G., XLI, col. 685), Ja or Jabe;
- Pseudo-Girolamo ("Breviarium in Pss.", in P.L., XXVI, 828), Jaho;
- I Samaritani (Theodoret, in "Ex. quaest.", xv, in P. G., LXXX, col. 244), Jabe;
- Giacomo di Edessa (cf.. Lamy, "La science catholique", 1891, p. 196), Jehjeh;
- Girolamo ("Ep. xxv ad Marcell.", in P. L., XXII, col. 429) descrive alcuni scrittori ignoranti di greco che hanno trascritto erroneamente il nome Divino ebraico YHWH.

Il lettore giudizioso comprenderà che la pronuncia samaritana Jabe probabilmente si avvicina maggiormente all'effettivo suono del nome Divino; altri scrittori antichi riportano soltanto abbreviazioni o alterazioni del nome sacro. Inserendo le vocali di Jabe nel testo originale consonantico ebraico, otteniamo la forma Jahveh (Yahweh), la quale è generalmente accettata dai moderni eruditi come la pronuncia esatta del nome Divino. Essa non è semplicemente collegata con la pronuncia delle antiche sinagoghe nella tradizione samaritana, ma ha il valore di permettere la legittima derivazione di tutte le abbreviazioni del nome sacro nel Vecchio Testamento.

(fonte)
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In riferimento a quanto affermato nell'ultimo paragrafo della Catholic Encyclopedia, è utile menzionare che non tutti gli studiosi sono concordi nel dire che la pronuncia samaritana del nome divino YHWH fosse corretta.


Per esempio, nel libro The Mysterious Name of Y.H.W.H., pagina 74, il dott. M. Reisel dice che la "vocalizzazione del Tetragramma dovette essere in origine YeHuàH o YaHuàH".
D. D. Williams, canonico di Cambridge, sostiene che "l'evidenza indica, anzi praticamente dimostra, che Jahwéh non era la vera pronuncia del Tetragramma . . . Il Nome stesso era probabilmente JAHÔH". Zeitschrift für die alttestamentliche Wissenschaft (Periodico per la conoscenza dell'Antico Testamento), 1936, volume LIV, pagina 269.
Nel glossario della versione riveduta francese di Segond, a pagina 9, troviamo il seguente commento: "La pronuncia Yahvé usata in alcune traduzioni recenti si basa su poche testimonianze antiche, che non sono però conclusive. Se si considerano i nomi propri contenenti il nome divino, come il nome ebraico del profeta Elia (Eliyahou), la pronuncia potrebbe anche essere Yaho o Yahou".
Nel 1749 lo studioso biblico tedesco Teller scrisse quanto segue in merito alle varie pronunce del nome di Dio da lui incontrate: "Diodoro Siculo, Macrobio, Clemente di Alessandria, San Girolamo e Origene scrivono Jao; i Samaritani, Epifanio, Teodoreto, Jahe, o Jave; Ludovico Cappel legge Javoh; Drusius, Jahve; Hottinger, Jehva; Mercerus, Jehovah; Castellion, Jovah; e Leclerc, Jawoh, o Javoh".
Il codice di Leningrado B 19A, dell'XI secolo E.V., vocalizza il Tetragramma in modo da leggere Yehwàh, Yehwìh e Yehowàh. L'edizione di Ginsburg del testo masoretico vocalizza il nome divino in modo da leggere Yehowàh. Comunque fra gli esperti non c'è affatto accordo sull'argomento, e alcuni preferiscono altre pronunce ancora, come "Yahuwa", "Yahuah", "Yehuah".


A tal proposito è interessante anche il commento del Professore Gerard Gertoux nell'articolo dal tema "Oggi la pronuncia Yahweh è estesamente accettata?" (fonte originale), come segue.

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Oggi la pronuncia Yahweh è estesamente accettata?

Coloro che credono che Yahweh sia la corretta vocalizzazione del Nome spesso citano Clemente e Teodoreto. La testimonianza di Clemente di Alessandria è avvenuta molto tardi (circa nel 200 d.C.), e solo successivamente egli spiegò che il nome di Dio Iaoue poteva essere tradotto in "Colui che è e che sarà", traduzione che presuppone Iaoue più una pronuncia teologica che filologica (A. Caquot - Les énigmes d'un hémistiche biblique in: Dieu et l'être 1978 Paris Ed. Études Augustiniennes C.N.R.S. p. 24 nota 23). Iaoue di Clemente non può rappresentare il nome di Dio originale per il seguente motivo: nonostante il suo riferimento riguardo al nome di Dio, Clemente non credeva che Dio avesse un nome proprio. Per lui Iaoue era soltanto una parola (non un nome) la quale significa "Colui che è e che sarà", (Stromateon V:6:34), perché Dio è ineffabile (Stromateon V:10:65), senza nome (Stromateon V:12:81, 82). Per lui il vero nome di Dio era "il Figlio". (Stromateon V:14:136). Un altro esempio della medesima confusione viene da Ireneo di Lione (130-202) che credeva che la parola IAÔ (Iaw in greco, [Iah] in latino) significasse "Signore" in ebraico antico (Contro le Eresie II, 24:2) ed egli pensò che l'uso di questa parola ebraica IAÔ indicasse il Nome del Padre sconosciuto, argomento adottato per impressionare le menti credulone nell'adorazione del mistico (Contro le Eresie I, 21:3).

Un'osservazione si legge nel libro di Teodoreto (Quaestiones in Exodum cap. XV), molto spesso citato per sostenere la pronuncia Yahweh, a motivo della seguente frase: "il nome di Dio è pronunciato Iabe". Questa osservazione è vera, ma Teodoreto ha specificato che egli parlava dei samaritani ed ha aggiunto che gli ebrei hanno pronunciato questo nome Aïa. In un altro libro (Quaestiones in I Paral. cap. IX) ha scritto che "la parola Nethinim significa in ebraico 'dono di Iaô', il quale è il Dio che è". Secondo Teodoreto c'erano tre forme differenti, ma egli probabilmente ha ignorato che c'erano diverse alternative per il Nome, al suo tempo. Durante il periodo d'intervento che ha preceduto la distruzione del Tempio, il Talmud (Sotah 7,6 Tamid 33b) indica chiaramente che allora le forme sostitutive del nome erano usate nella liturgia palestinese. Questi sostituti erano numerosi, come chiunque potrà notare nella letteratura di quel tempo (2M 1:24, 25; 15:3; Si 23:4; 50:14-19).

Il greco Iaô (che deriva dall'ebraico antico Yahu) ed il samaritano Iabe (che deriva dall'aramaico Yaw) non sono la pronuncia del solo nome YHWH. Il nome Aïa (probabilmente) rappresenta una trascrizione della forma 'ehyeh.

Anche se il nome Yahweh è ampiamente usato le sue origini sono molto incerte ed ecco perché molti eruditi preferiscono la forma YHWH. Ad oggi esistono due tendenze essenziali tra gli eruditi. I primi sono coloro che pensano che la forma YHWH sia l'equivalente della relativa etimologia "Egli è" ed ottengono le forme Yahve, Yahwoh, ecc. I secondi sono coloro che provano a leggere questo nome solo attraverso la filologia. Per esempio, l'erudito francese Antoine Favre d'Olivet ha usato Ihôah nella sua traduzione della Bibbia (1823), il traduttore ebreo Samuel Cahen ha usato Iehovah in tutta la sua Bibbia (1836), il dottore ebreo J.H. Levy ha preferito il nome Y'howah (1903) e così via. Stranamente, alcune persone prestano maggiore fiducia nel professor Freedman che (1) in molti altri competenti eruditi, (2) piuttosto che nella Bibbia o mostrano (3) molta più fiducia di quanta ne abbia lo stesso professor Freedman di sé stesso.

1. Nella nota a Esodo 3:14 la Bibbia di Gerusalemme (Paris 1986 Éd. Cerf p. 87 nota k) riconosce che "attualmente la forma causativa 'Egli fa essere' è una vecchia spiegazione, invece è molto più probabile una forma qal, che è 'Egli è'". Secondo l'erudito ebraico competente André Caquot, il nome Yahwe o Iaoue è una forma teologica piuttosto che filologica del nome di Dio. (Les énigmes d'un hémistiche biblique in: Dieu et l'être. 1978 Paris Ed. Études Augustiniennes C.N.R.S. p. 24 note 23).

2. In Esodo 3:14 la Bibbia Ebraica usa una forma qal "Io mostrerò d'essere ciò che mostrerò d'essere" e non una forma hiphil "Io faccio divenire ciò che faccio divenire".

3. La risposta del professor Freedman alla mia lettera nella quale gli ho chiesto in merito alle sue asserzioni sbalorditive, recitava: "Sono lieto di essere interpellato da voi e di avere un vostro parere dettagliato in merito a questo soggetto importante ed interessante, sul quale ho scritto per molto tempo. Io non sono mai stato completamente soddisfatto delle mie proprie analisi ed interpretazioni del nome divino nella Bibbia Ebraica, o in confronto a quelle di altri, compreso il mio insegnante, W. F. Albright ed il suo insegnante (dal quale Albright ha ricevuto la propria posizione), Paul Haupt. Allo stesso tempo, non ho mai visto alcuna cosa persuadere me riguardo il valore superiore di un'altra interpretazione, ma sarei felice di imparare dal vostro studio e forse anche di scoprire che siete riusciti a risolvere questo puzzle che ormai esiste da lunga data". Malgrado la reputazione del professor Freedman come un famoso redattore, direi che queste argomentazioni sono povere. Per esempio, ha dichiarato: "Tuttavia, il nome potrebbe avere un uso unico o singolare della radice causativa". Ciò non può essere preso seriamente perché non esiste alcuna prova, in quanto la forma causativa del verbo "divenire, essere" non esiste in ebraico e non è mai esistito. In ogni caso, il dogma della forma causativa "Egli fa divenire" non è presente nella Bibbia. Di conseguenza, possiamo credere in Freedman?

Continuando, il professor Freedman ha scelto questa analisi non per i motivi grammaticali ma per i motivi teologici (si veda il suo commento personale nell'Anchor Bible Dictionary). Di conseguenza il nome Yahweh "Egli fa divenire" è una scelta teologica contro Geova (Jehovah), il quale si è definito "Io mostrerò d'essere". Per esempio, per dimostrare la forma causativa il professor Albright (che era l'insegnante del professor Freedman!), in un suo libro From the Stone Age to Christianity (Dall'età della Pietra alla Cristianità), ha supposto che il nome esatto potrebbe essere riscoperto attraverso i nomi provenienti dalle false religioni (babilonese ed egizia). Quindi ha pure supposto che la formula di Esodo 3:14 è stata modificata per adattarla alla sua prima ipotesi. Dicendo ciò, il professor Albright ha modificato la formula biblica. Quindi, dovremmo accettare l'ipotesi del professor Albright concernente una vecchia modifica di Esodo 3:14?

La teoria del professor Freedman è avallata soltanto da un gruppo molto piccolo di sostenitori (dall'insegnante di Freedman e pochi altri) ma non è basata su analisi certe. Nel 1906, il dizionario di Brown, Driver e Briggs dichiarava: "molti recenti eruditi spiegano hw,h]y come Hiphil di hwh (...) ma la maggior parte intendono il Qal di hwh". Attualmente, gli eruditi competenti sanno (per esempio, L. Pirot, A. Clamer Bible Ed. Letouzey et Ané, 1956, p. 83) che la forma causativa non può essere presa in considerazione per due motivi principali. In primo luogo, la forma causativa del verbo "essere" non è conosciuta nella lingua ebraica, e, per esprimere un senso causativo, è utilizzata la forma di Piel. In secondo luogo, questa nozione filosofica non è venuta dall'ebraico (ma dalla filosofia greca) ed il significato più naturale è: "Io sarò con voi" secondo Esodo 3:12. Quindi, la posizione assunta da diversi comitati di traduzione della Bibbia è basata sul concetto ebraico che esiste Colui che è onnipotente causa prima dell'intero universo, quindi appare logico che ci sia confusione tra filosofia e grammatica. Inoltre, questo "concetto ebraico" è soprattutto "un concetto greco filosofico". I traduttori della Settanta hanno commesso un errore simile, modificando il significato di Esodo 3:14 "Io mostrerò d'essere ciò che mostrerò d'essere" in "Io sono Colui che sono". Nello stesso modo, la frase "Io mostrerò d'essere ciò che mostrerò d'essere" è a volte modificata in "Io farò divenire qualsiasi cosa farò divenire", basata sullo stesso concetto filosofico, che non rivela una comprensione ulteriore. In più, l'asserzione che il nome di Dio significa "Egli fa divenire", è in sé stessa "una descrizione" di Dio. Tuttavia, non esistono prove eccetto se si assume il dogma della forma causativa.

L'emerito professore E. J. Revell dell'Università di Toronto, in una risposta ad una mia lettera, ha scritto: "Ero molto interessato a leggere la copia del vostro lavoro che mi avete spedito. Prima che leggessi il vostro studio, non avevo una opinione particolare sulla pronuncia del nome di Dio. Quale studente degli anni '50, mi ero chiesto su che base gli eruditi avevano determinato che la forma "Yahweh" fosse l'esatta pronuncia antica. Non ho trovato alcuna argomentazione attendibile, ma questo insegnamento era stato assunto ad articolo di fede da parte dei miei istruttori e non avevo avuto un'alternativa plausibile, per cui ho ignorato il problema. Ho pensato alcune volte a questo discorso, ma non ho mai ricevuto informazioni come quelle alle quali siete giunti attraverso il vostro studio. Certamente avrete raccolto molte informazioni in merito alla questione rispetto ad altri studi che conosco, e dovreste essere soddisfatti per la produzione di un lavoro così prezioso. Tante grazie per averli spediti a me".

Mosè diede la giusta spiegazione del nome Geova, "Egli mostrerà d'essere" (Esodo 3:14). Inoltre, è scritto "il mio popolo conoscerà il mio nome" (Isaia 52:6) il quale è, naturalmente, il vero nome perché Geova "lo custodirà" (Salmo 12:7) per i suoi servitori (Isaia 43:10). Gesù dichiarò ufficialmente il nome di suo Padre ai suoi fratelli (Ebrei 2:12). Il nome Yahweh (il quale è un barbarismo) è stato creato esclusivamente al fine di combattere il vero nome Geova. (Il professore emerito C. Perrot, dell'Istituto Cattolico di Parigi, ha scritto al professor Gertoux dicendo "che le vostre argomentazioni sono molto pertinenti, ma sarebbe difficile tornare indietro senza dare ragione ai Testimoni di Geova!")

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Dal momento che finora non si conosce con certezza la pronuncia esatta, non sembra che ci sia alcuna ragione per abbandonare la nota forma italiana "Geova" a favore di qualche altra forma suggerita. Se si facesse un cambiamento del genere, per essere coerenti si dovrebbero anche cambiare l'ortografia e la pronuncia di moltissimi altri nomi che ricorrono nelle Scritture: Geremia dovrebbe diventare Yirmeyàh, Isaia Yesha`yàhu, e Gesù Yehohshùa` (in ebraico) o Iesoùs (in greco). Lo scopo delle parole è quello di rappresentare delle idee; in italiano il nome "Geova" identifica il vero Dio, e rende oggi quest'idea meglio di qualunque altro termine.



Per poter osservare visivamente le numerose testimonianze storiche della grafia Geova (Jehova o Iehova), vi rimandiamo alla relativa fotogallery: link





* E' stata tradotta in italiano solo la parte dedicata alla trattazione di "Jehovah".