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Sangue infetto un'epidemia di cause



Le trasfusioni di sangue nei pazienti sottoposti a PCI primario dopo infarto miocardico sono associate ad un aumentato rischio di mortalità

Le trasfusioni di sangue nei pazienti sottoposti ad intervento coronarico percutaneo (PCI) sono associate ad un aumentato rischio di mortalità.
Tuttavia, ci sono poche conoscenze riguardo agli effetti delle trasfusioni di sangue nei pazienti con infarto miocardico acuto indirizzati ad intervento PCI primario.
Ricercatori del Columbia University Medical Center di New York hanno valutato gli outcome (esiti) delle trasfusioni di sangue su questi pazienti, partecipanti allo studio CADILLAC.
Dei 2060 pazienti studiati, 82 hanno ricevuto una trasfusione di sangue che non era correlata all’intervento di bypass coronarico.
E’ stato osservato che i pazienti sottoposti a trasfusioni di sangue presentavano una più alta incidenza di morte o di ictus durante la permanenza in ospedale, a 30 giorni e a 1 anno dopo l’infarto miocardico.
La probabilità di morire dopo 1 anno era del 20% più elevata tra i pazienti che hanno ricevuto trasfusioni di sangue, ed è stato osservato un aumento del 10% di mortalità ospedaliera o di mortalità dopo 30 giorni.
I pazienti con più alta mortalità erano più anziani, di sesso femminile ed avevano una più alta prevalenza di precedente sanguinamento gastrointestinale, insufficienza renale cronica, più basso indice di massa corporea (BMI), maggiore dimensione infartuale e più bassa percentuale di successo della procedura. (Xagena2006)

(Fonte: Columbia University Medical Center di New York)



Sangue infetto un'epidemia di cause

di Paola Ciccioli

Migliaia di nuove azioni legali stanno travolgendo le corti civili. Promosse da persone infettate con trasfusioni ed emoderivati che hanno scoperto di essere malate solo negli ultimi anni. E la legge dà loro ragione.

Un'epidemia di cause si sta diffondendo nei tribunali civili italiani.
Sono migliaia le richieste di risarcimento danni avanzate da persone contagiate con sangue infetto. Il numero più consistente riguarda la seconda sezione del tribunale di Roma, in un certo senso specializzata in questa materia, che negli ultimi sei anni ha emesso circa 200 sentenze, mentre altre 150 sono nella fase istruttoria.
Domande di risarcimento presentate tra il 2002 e il 2006 («fresche», per dirla con le parole di un magistrato), anche al tribunale di Milano, dove la seconda sezione civile, alla quale affluiscono le cause contro il ministero della Salute, è alle prese con procedimenti intentati da uomini e donne che alla fine degli anni Ottanta hanno contratto il virus dell'aids o si sono ammalati di epatite B e C in seguito a una trasfusione o all'assunzione di emoderivati.
Secondo le stime di Angelo Magrini, presidente dell'Associazione politrasfusi italiani, «ammontano a 3.028 i cittadini che hanno fatto causa per danno biologico. Ho lanciato un appello tramite internet e queste sono state le risposte che ho ricevuto».
Che cosa è successo? Perché si torna a parlare di sangue infetto a distanza di 22 anni dallo scandalo che costò l'accusa di epidemia colposa (e dolosa) a 27 persone, in mezzo alle quali anche Duilio Poggiolini, all'epoca direttore del Servizio farmaceutico e presidente della commissione trasfusione sangue?
Il fatto è che, seppure con grave ritardo, la giustizia italiana da qualche tempo ha cominciato a dare ragione a quanti, emofilici e non, hanno scoperto di essere stati trattati con prodotti positivi al virus dell'hiv e delle epatiti, specie quella C, il cui test di rilevazione è stato scoperto solo nel 1988.
«Ci sono così tante cause perché ora esistono giurisprudenza e chiarezza di orientamento. Anche se poi non in tutti i tribunali d'Italia le persone danneggiate vedono accolte le loro domande risarcitorie» spiega il giudice Antonio Lamorgese, che lavora al tribunale di Roma. E che, con il lavoro quotidiano suo e di altri dieci magistrati, con una sentenza del 2001 ha riconosciuto i diritti di 351 emofilici che si sono ammalati in modo molto grave e irreversibile a causa dei mancati o non sufficienti controlli sul sangue impuro finito nel loro corpo in ospedale.
Come nel caso di Riccardo, 33 anni, che nel 1985 è stato infettato con l'hiv e nel 1992 anche con quello dell'epatite C. «Sono emofilico» racconta «e fin dalla nascita ho problemi di coagulazione del sangue e per questo devo iniettarmi emoderivati per bloccare le emorragie spontanee cui sono soggetto. I medici hanno scoperto che avevo l'aids a 13 anni, frequentavo ancora le medie. In quel periodo si parlava molto di questa malattia e mi sottoposero al test. I miei genitori me lo dissero subito, furono gli specialisti a consigliarli di comportarsi così. Ricordo quel momento. Ma la gravità della situazione l'ho capita soltanto con gli anni e l'esperienza».
Riccardo dice di dover molto ai suoi genitori, è figlio unico, ma anche a Magrini, di cui è diventato amico e che gli ha dato consigli su come affrontare le tante difficoltà materiali e intime legate all'infezione. Ma anche a prendere coscienza dei propri diritti.
Attraverso l'avvocato Mauro Trevisson di Torino, molto vicino all'Associazione politrasfusi italiani, Riccardo si è prima costituito parte civile nel processo di Trento, nel frattempo trasferito per competenza territoriale a Napoli.
E proprio nel capoluogo partenopeo l'ampia inchiesta sui 670 mila litri di sangue importati senza controlli sta per arrivare al forse più ingiusto degli esiti: la prescrizione. «I due grandi fascicoli sono ancora nel mio ufficio» afferma il procuratore capo di Napoli Domenico Lepore. Mentre l'avvocato Stefano Bertone di Torino, carte alla mano, sostiene che dalla procura sono già partite le richieste di archiviazione.
Fra le 1.340 parti civili del processo c'era anche Umberto, 41 anni, professionista piemontese, che per vedersi riconosciuto il danno subito si è costituito in giudizio a Chicago, nel processo in corso a quattro tra le principali industrie farmaceutiche americane del settore. «Negli ultimi mesi sono saliti a 400 gli emofilici italiani che hanno tentato la strada della class action, l'azione di gruppo, ammessa negli Stati Uniti» spiega Bertone che (attraverso il sito www.dalloallapersona.it) informa gli interessati sull'evoluzione della causa.
«In giudizio si sono costituite circa 2.500 persone di 23 diversi paesi del mondo» aggiunge il legale, che nell'ottobre di due anni fa ha accompagnato Umberto davanti al gruppo di avvocati delle multinazionali farmaceutiche a rappresentare la categoria dei contagiati.
«Io, che sono una frana con le date, ricordo molto bene quel giorno perché, coincidenza, festeggiavo il mio anniversario di nozze. Quel che so sull'andamento del processo è che ci vorrà ancora tanto tempo e che il tribunale americano ha rifiutato la class action, per cui ciascuno di noi dovrà proseguire per conto proprio».
Umberto si racconta così: «Mi sono accorto di aver contratto l'epatite C intorno agli anni Novanta, molto tempo dopo un'iniezione di emoderivato infetto. Non avevo particolari sintomi, questa è una malattia asintomatica: la chiamano la malattia silenziosa. Ci hanno fatto fare degli esami, parlo al plurale perché anche mio fratello, emofilico come me, ha contratto la malattia.
Prima hanno parlato di una epatite non A non B, a quei tempi la C non era stata ancora diagnosticata. Poi con il passare del tempo sono stato seguito anche da gastroenterologi, più specializzati nei danni epatici. Per fortuna non ho infettato le persone che amo. Sono sposato e sono diventato padre, mia figlia ha 3 anni».
Se Umberto aspetta che la giustizia americana quantifichi qual è il prezzo che possa ripagarlo delle sofferenze patite, un trentaquattrenne si è appena visto riconoscere dal giudice del tribunale civile di Roma Eugenio Curatola la somma di 170 mila euro, che il ministero della Salute dovrà corrispondergli, per essere stato infettato con l'epatite C nel 1991.
«I risarcimenti» precisa il giudice Antonio Lamorgese «si aggirano in media sui 400-500 mila euro, dipende dall'età della persona infettata e dalla gravità della situazione. In alcuni casi abbiamo accordato anche cifre molto alte, intorno a un milione di euro».
Intanto la Corte di cassazione, nel maggio 2005, ha fissato alcune regole, in primo luogo quella che il ministero può essere ritenuto responsabile solo per le infezioni sorte successivamente al 1978, per l'epatite B, al 1985 per l'aids e al 1988 per l'epatite C.
«Ma secondo noi» prosegue Lamorgese «questo orientamento non è condivisibile principalmente perché, anche prima delle date in cui sono stati messi a punto i test di rilevazioni del virus, era comunque possibile (e doveroso) per il ministero verificare la purezza del sangue».

(Fonte: Tribunale di Roma)

Immagini collegate
Clicca per ingrandireUna sacca di sangue per trasfusione. Dagli anni Ottanta migliaia di italiani sono stati infettati con il virus dell'aids e dell'epatite B e C.
Clicca per ingrandireIl reparto trasfusionale di un ospedale italiano. I risarcimenti ai contagiati si aggirano in media sui 400-500 mila euro.





L'articolo "Le trasfusioni di sangue nei pazienti sottoposti a PCI primario dopo infarto miocardico sono associate ad un aumentato rischio di mortalità" è stato pubblicato su CardiologiaOnline.it, fonte American College of Cardiology – Meeting, 2006.

L'articolo "Sangue infetto un'epidemia di cause" è stato pubblicato su Panorama.it in data 22 maggio 2006 da parte della giornalista Paola Piccioli, nell'ambito della rubrica "Cronaca: Scandali, i contagiati all'assalto dei tribunali".