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Testimoni di Geova, testimoni dell’orrore

Di Santiago Rodríguez

L’APDH (Assemblea Permanente per i Diritti Umani) patrocina 530 testimoni di Geova detenuti per essersi rifiutati di compiere il servizio militare. Fra il 1971 e il 1984 i detenuti fra i seguaci di tale culto sono stati 4000. Con Videla è stata raggiunta la punta massima di persecuzione, con casi fino a 7 anni di carcere, oltre a torture e morti durante la prigionia.

La persecuzione subìta in Argentina dai membri della confessione dei testimoni di Geova è uno dei resoconti più gravi di discriminazione e autoritarismo, avvenuti nel paese, che continua a rimanere nell’ombra, già a partire dai suoi inizi nel 1971. “Anche i testimoni di Geova furono perseguitati dai nazisti, ma in Argentina vissero un autentico calvario soprattutto a partire dalla dittatura del generale Agustín Lanusse, della quale comunque si sa poco”, ha affermato a pagina 12 l’avvocato Ernesto Moreau, dell’APDH, divenuto un esperto in proposito. Questo da quando si è assunto la responsabilità di rappresentare 530 testimoni di Geova che reclamano allo Stato Argentino dal 1998 un risarcimento “economico e in quanto confessione religiosa” per essere stati detenuti in media da tre a quattro anni, con casi estremi di sette anni in carcere, solo per essersi rifiutati di compiere il Servizio Militare Obbligatorio, poi soppresso nel 1994. Come ha spiegato Moreau, “essi si rifiutavano a causa delle loro credenze, della neutralità che professano e che li porta a rifiutarsi di impugnare armi ed imparare ad usarle poiché rigettano anche solo l’idea di uccidere un essere umano”. Moreau continua, “4000 testimoni furono detenuti fra il 1971 e il 1987. Il 35 per cento dei miei clienti fu torturato fisicamente e tutti subirono torture psicologiche. Ci sono anche rapporti di almeno tre morti in cattività.”

“I testimoni di Geova furono prima perseguitati dai nazisti, addirittura prima degli ebrei. Veniva loro cucito sul petto un triangolo color porpora [viola N.d.R.]. Fra loro più di 20 mila furono deportati in campi di concentramento durante la seconda guerra mondiale e 5 mila morirono”. “Li demonizzarono anche in Argentina”, spiega Moreau, il quale aggiunge che la APDH si è riunita martedì con il Ministro della Difesa, Nilda Garré, per chiedergli alcuni provvedimenti amministrativi che permettano di includere coloro che professano tale culto ai benefici della legge 24.043, la quale prevede una serie di risarcimenti a favore delle vittime civili della dittatura. “Fino ad ora, le cause di risarcimento economico presentate da testimoni di Geova sono state respinte, anche automaticamente dalla Corte Suprema come nel caso di Gabriel Alejandro Arcuri e di altri 22 testimoni di Geova.

“Essi non possono accedere allo status di detenuti politici anche quando sono stati vittime di una persecuzione sistematica che cominciò nel 1971 e con le successive dittature di Juan Carlos Onganía e Lanusse”, sostiene Moreau, fra i suoi 530 casi ce ne sono alcuni di testimoni che furono incarcerati appunto nell’anno 1971. Invece di migliorare, la condizione di coloro che professano tale culto diventò più dura negli anni 1974-1975, durante il governo peronista di María Estela Martínez de Perón. “Soprattutto dopo l’elezione alla presidenza provvisoria di Italo Luder”, precisa Moreau, e della dichiarazione di guerra su tutti i fronti per “annientare” tale “sovversione”, la persecuzione sfociò in quelle migliaia di morti e sparizioni che restano ancora sotto inchiesta.

La situazione arrivò al suo culmine dopo il golpe del 1976. Il 31 agosto di quell’anno, un decreto firmato dal dittatore Jorge Rafael Videla legalizzò la persecuzione. Il decreto 1867 stabiliva infatti: “La setta in questione sostiene principi contrari al carattere nazionale, alle istituzioni di base dello Stato e ai precetti fondamentali della sua legislazione. La libertà di culto sancita negli articoli 14 e 20 della Costituzione Nazionale si vede limitata nel senso che le idee religiose non devono implicare la violazione delle leggi o attentare contro l’ordine pubblico, la sicurezza nazionale, la morale o il buon costume”. Una delle presunte “cattive abitudini” dei testimoni era rifiutarsi di prestare servizio militare.

Di conseguenza, la dittatura vietò “qualsiasi attività dei testimoni di Geova, qualsiasi letteratura e la chiusura delle Sale del Regno e dell’Ufficio Distrettuale”, ovvero l’organismo che coordina tutte le attività che questa chiesa cristiana svolge. In quel momento, nel paese c’erano 31.140 testimoni di Geova e 604 congregazioni. Inoltre al 17 settembre 1977 c’erano 21 testimoni di Geova incarcerati in Argentina, come venne denunciato davanti alla Commissione Interamericana per i Diritti Umani (CIDH).

“La concentrazione maggiore di detenuti, circa 700 persone, si ebbe fra il 1981 e il 1982, fino alla fine della dittatura, quando si aggiunsero nuove detenzioni e altre anche precedenti al colpo di stato militare del 24 marzo 1976”. Gli ultimi testimoni di Geova incarcerati per essersi rifiutati di svolgere il servizio militare obbligatorio furono liberati nel 1987, così come alcuni detenuti politici della dittatura che continuarono la detenzione anche dopo l’elezione del presidente Raúl Alfonsín, il 10 dicembre 1983.

“I testimoni, per la loro religione, hanno una filosofia di vita molto diversa dalla nostra e che a volte può sorprendere. Ad ogni modo, in tutti questi anni che ho passato avendo a che fare con loro, ho imparato ad ammirarli profondamente. Essi furono i primi obiettori di coscienza contro il servizio militare e insieme alla mobilitazione dovuta al caso del soldato Omar Carrasco, furono coloro che ne favorirono l’abolizione”, assicura Moreau.

Nelle unità di reclutamento (Corpo I di Palermo, Distretto San Martino o Campo di Maggio), i testimoni di Geova venivano identificati ancora prima della visita medica. “Un ufficiale passava gridando ‘c’è qualche testimone di Geova?’, i quali poi si staccavano collocandosi in una fila differenziata dagli altri. I membri di tale culto si rifiutavano di compiere il servizio militare, in quanto implicava imparare a maneggiare le armi e anche la possibilità di dover uccidere una persona”.

“Al posto del servizio militare, essi si offrivano di compiere un servizio civile che portasse benefici alla società. Non vi si sottrassero mai e non tennero mai un atteggiamento bellicoso, ma venivano lo stesso rinchiusi in prigione per “grave insubordinazione” un delitto per il quale generalmente si veniva condannati a pene sopra i tre anni”, afferma Moreau. “Tale sentenza permetteva al Consiglio Supremo delle Forze Armate di aggiungere l’aggravante della PPR (Prigione Preventiva Rigorosa)”. Ciò significava di fatto che i detenuti scontavano la loro pena “in celle di castigo, completamente isolati dagli altri detenuti”.

Nella prima fase venivano rinchiusi nelle prigioni militari come “Magdalena” o “Campo di Maggio”. Successivamente potevano essere condotti nelle normali carceri, con possibilità di visite e rapporti con gli altri detenuti, ma questa sistemazione aveva il suo lato oscuro. “Quando cessava il regime di isolamento nelle carceri comuni, la sentenza funzionava in questo modo: due giorni di carcere venivano contati come uno solo, motivo per cui molti rimasero fino a sette anni in prigione, anche se la loro pena avrebbe dovuto essere minore”.

Come avvenne per i prigionieri politici durante la dittatura, in sede giudiziaria i testimoni di Geova “non avevano possibilità di difesa, la condanna era ineludibile, e se provavano a parlare della loro innocenza la pena veniva aumentata”. Oltre alle testimonianze delle varie cause giudiziarie, che occupano un intero armadio a muro nello studio di Moreau, l’avvocato della APDH ha narrato alcune delle esperienze vissute dai sui assistiti. “Visto che si rifiutavano di indossare abiti militari, che andavano contro le loro convinzioni, molti di loro erano nudi, solo in mutande e calze, in alcuni casi in reggimenti nel sud del paese, in pieno inverno.

“Un altro tipo comune di umiliazione era ridicolizzarli di fronte agli altri soldati. I militari avrebbero voluto fare loro il ‘lavaggio del cervello’ e farli diventare soldati, ma non ci riuscirono quasi mai. Alcuni furono più subdoli: li mandavano fin dal primo giorno alla prigione di quartiere e poi dichiaravano di averli ‘rieducati’. I militari che fallivano nell’intento di ‘convertire’ i testimoni di Geova non avrebbero mai avuto un futuro nelle Forze Armate. Era la punizione per aver fallito”.

Immagini collegate
Clicca per ingrandireI testimoni che rifiutavano l’arruolamento venivano rinchiusi nel carcere di Magdalena.



fonte

Questo articolo è stato pubblicato sul sito "Pagina/12", in data 11 maggio 2006, da parte del giornalista Santiago Rodríguez, riportando come fonte ulteriore il quotidiano "El Paìs" (http://www.pagina12.com.ar).