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Natale: cosa c'è sotto la stella



Nell'omelia della notte del 24 dicembre 2006, dalla Basilica Vaticana, Papa Benedetto XVI ha pronunciato queste parole nella sua parte conclusiva: "Preghiamo il Signore di donarci la grazia di guardare in questa notte il presepe con la semplicità dei pastori per ricevere così la gioia con la quale essi tornarono a casa (cfr Lc 2,20). Preghiamolo di darci l'umiltà e la fede con cui san Giuseppe guardò il bambino che Maria aveva concepito dallo Spirito Santo. Preghiamo che ci doni di guardarlo con quell'amore, con cui Maria l'ha osservato". Il Natale assumerebbe così un valore spirituale molto importante non solo liturgicamente, ma anche nell'evocazione di sentimenti e riflessioni profonde. Non si dubita della valenza di tali proponimenti, ma sorge spontaneo domandarsi: data questa importanza attribuita alla nascita di Gesù, perchè i vangeli tacciono completamente sulla sua data di nascita? Perchè Cristo non si preoccupò di far festeggiare la sua nascita, mentre raccomandò di commemorare continuamente la Sua morte? Nei libri del NT, in pieno fulgore apostolico, non vi è alcuna traccia di una tale ricorrenza, nè di un tentativo per introdurla. Davvero inspiegabile, incomprensibile e misteriosa un'amnesia del genere se comparato al valore religioso attribuito al Natale dalla Chiesa Cattolica. Alla luce di tutto ciò, diventa interessante esaminare questo articolo "Natale: cosa c'è sotto la stella?" pubblicato su un'autorevole fonte cattolica, il giornale L'Avvenire, in merito agli elementi rilevati intorno a questa festività religiosa.



NATALE: COSA C'E' SOTTO LA STELLA


La grotta, i Magi, l'anno zero ... La critica storica attacca spesso gli elementi del presepio come leggendari; ma lo studio delle fonti dà nuovi supporti al testo evangelico.



La data del 25 dicembre fu fissata soltanto nel IV secolo e in Occidente per un insieme di ragioni di carattere astronomico, profetico, scritturistico e simbolico, nonché probabilmente per la coincidenza di una festa profana molto popolare nel tardo Impero romano, quella del «Sole invitto». L'Epifania invece venne importata dall'Oriente per ricordare il battesimo di Cristo.

I Vangeli citano solo una mangiatoia, non il luogo in cui era posta, però il ricordo della grotta della Natività è antico: ne parla già Origene nel III secolo.

Di Danilo Mazzoleni



Il Natale riporta all'attenzione di tutti alcuni elementi, che sono strettamente legati a questa grande festa della cristianità, prima di tutto la data stessa dell'evento, poi la grotta, che tradizionalmente ospitò il Salvatore appena nato, o ancora la stella, che guidò i Magi ad adorare il Figlio di Dio. Ma si tratta solo di pie tradizioni, oppure lo studio attento delle fonti letterarie e delle testimonianze archeologiche ha consentito di acquisire elementi concreti in merito a questi aspetti apparentemente di contorno, ma in realtà importanti, connessi con tale ricorrenza?

LA DATA DELL'EVENTO

Nel più antico calendario della Chiesa di Roma che ci sia pervenuto, il Cronografo Romano del 354, si legge per la prima volta la celebrazione del Natale al 25 dicembre. Solo nel pieno IV secolo, quindi, un testo ufficiale riporta la data rimasta ancora oggi nella tradizione. Non è documentata, comunque, per questa festività una tradizione di origine apostolica; tanto è vero che ben presto gli scrittori cristiani si posero il problema di determinare il giorno in cui era venuto alla luce il Salvatore. Clemente Alessandrino, vissuto all'incirca fra il 150 e il 215, già riporta tre opinioni diverse, diffuse ai suoi tempi: alcuni proponevano il 20 maggio, altri il 10 gennaio, ma i più il 6 gennaio. Altri pensavano che, individuando nell'equinozio di primavera (fissato prima il 25, poi il 21 marzo) l'inizio della creazione dell'universo, simbolicamente la medesima data avrebbe segnato la nascita del Figlio di Dio. In ogni modo, in Occidente si affermò sempre più la data tradizionale del 25 dicembre, avallata anche da sant'Agostino. D'altro canto, nel 274 l'imperatore Aureliano aveva fissato proprio al 25 dicembre la festa del «sole invitto», che dopo il solstizio invernale a poco a poco riprendeva il sopravvento sulle tenebre. Non erano estranei a questa celebrazione influssi del culto orientale di Mitra, che ebbe grande seguito nella Roma tardo-imperiale. Perciò, sostituire ad una solennità profana una cristiana, legata all'incarnazione del Cristo, «Sole di giustizia», fu certamente un'operazione carica di significati simbolici, oltre che polemici nei confronti del paganesimo, ormai al declino, tanto è vero che, intorno alla metà del V secolo, il papa san Leone Magno in un suo sermone ammonì i cristiani a non confondere la nascita di Cristo con la celebrazione del sole naturale, ricorrenti nello stesso giorno. Quindi, in base all'esame delle diverse fonti disponibili, si può giungere alla conclusione che la data tradizionale del Natale fu fissata per un insieme di ragioni e di considerazioni di carattere astronomico, profetico (? N.d.r.), scritturistico (? N.d.r.) e simbolico, nonché probabilmente per la coincidenza di una festa civile profana molto popolare, che era stata istituita in epoca tardo-imperiale. Se questa è la situazione nel mondo occidentale, è più difficile precisare quando ciò avvenne in quello orientale; in ogni modo, risulta che l'imperatore Giustiniano intorno alla metà del VI secolo proclamò il 25 dicembre anche solennità civile. Appurato che il Natale fu una festa celebrata prima in Occidente e poi passata in Oriente, per l'Epifania avvenne esattamente il contrario. Il termine «epifania», che in età classica indicava qualsiasi manifestazione della presenza di una divinità, passò a designare dapprima (probabilmente agli inizi del IV secolo) l'incarnazione del Figlio di Dio, poi le rivelazioni più significative della sua divinità, commemorate in un unico giorno, il 6 gennaio. Anche se in seguito, specialmente nel mondo occidentale, prese il sopravvento la celebrazione dell'atto di omaggio compiuto dai Magi, rimasto ancora oggi legato alla festa, in Oriente, invece, prevalse sugli altri il ricordo del battesimo nel Giordano. Tornando alla Natività, a proposito dell'anno in cui si verificò il prodigioso evento, si può affermare che il mondo moderno si porta ancora dietro un errore di computo di un dotto monaco originario della Dobrugia, v issuto nella prima metà del VI secolo, Dionigi il Piccolo, ritenuto uno dei fondatori della cultura medievale. Egli, su incarico imperiale, intendeva sostituire l'era cristiana a quella dioclezianea, fino ad allora diffusa specie nelle province orientali, e prese come punto di partenza proprio la nascita di Gesù, ma essa fu da lui calcolata, in base alla convergenza di fatti storici e di riferimenti contenuti nei Vangeli, posponendo in realtà la data reale della nascita almeno di 4, se non - più verisimilmente - di 6 o 7 anni. La sua proposta fu comunque accettata e si diffuse dovunque, ma, a ben vedere, oggi noi saremmo, in realtà, alla fine del 2012 (o addirittura nel 2013) e non del 2006, anche se ormai una correzione sarebbe improponibile, perché rivoluzionerebbe tutta la storia.

LA STELLA

Fin dall'antichità lo studio degli astri esercitò un particolare fascino, tanto è vero che per i Babilonesi le stelle costituivano un segno di scrittura celeste, che poteva essere interpretato. Così gli astronomi di allora, che erano insieme astrologi ed esperti nell'arte divinatoria, pensavano di poter individuare nei corpi celesti luminosi segni premonitori di guerre, siccità, carestie, ma anche eventi positivi, come la nascita di sovrani e l'avvento di epoche di floridezza e fulgore. Tale scienza si diffuse anche in epoca romana e soprattutto le comete erano osservate con particolare attenzione, attribuendo loro la funzione di messaggere di eventi importanti. Certamente la stella più conosciuta di questo tipo è quella di cui parla il Vangelo di Matteo (2,2), ma, a rigore, il testo evangelico non specifica la sua vera natura. In uno scritto apocrifo, poi, il Protovangelo di Giacomo, si legge che quando nel tredicesimo giorno dalla nascita del Bambino si presentarono i Magi, un'enorme stella - come mai se ne erano viste - splendeva sulla grotta dalla sera al mattino. Tuttavia, già un Padre della Chiesa della prima metà del III secolo, Origene, pensò che si trattasse di una cometa e altre fonti condivisero tale teoria, tanto è vero che anche oggi è opinione comune che proprio una cometa apparisse ai Magi, che erano profondi conoscitori dell'astronomia e delle leggi dell'universo. Alcuni studiosi hanno pensato che la cometa vista allora fosse quella di Halley, che, però, secondo i calcoli effettuati, passò vicina alla terra solo nel 12 a.C., prima della nascita di Gesù. Per altri il fenomeno luminoso celeste, al quale si allude nei testi fu in realtà la rara congiunzione di Saturno, Giove e Marte, verificatasi nell'anno 7 (o nel 6) a.C. Accettando quest'ultima teoria, si avrebbe conferma dell'errore di computo, già ricordato, del monaco Dionigi il Piccolo. D'altronde, ulteriori considerazioni porterebbero ad escludere che l'astro, di cui parla l'evangelista Matteo, potesse avere relazione con un fenomeno celeste. Nel passo in questione, infatti, si dice che la stella apparve ai Magi ad Oriente e li precedette, «finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il Bambino» (Mt 2,9). Secondo l'interpretazione di molti esegeti, la luce di cui si parla sarebbe simbolicamente quella del Redentore e, quindi, si farebbe metaforicamente riferimento all'avvento messianico, escludendo qualsiasi fenomeno reale dell'ordine naturale del cosmo. Questo concetto fu sviluppato e ribadito in molti scritti dei Padri: secondo alcuni si sarebbe trattato di una stella effimera, apparsa e subito scomparsa; più precisamente, per altri, di una meteora, creata da Dio nell'atmosfera celeste e poi dissolta. Come si vede, le ipotesi sono molteplici, ma non sembra, comunque, privo di significato il fatto che a questo astro sia stato riservato fin dall'epoca paleocristiana nell'iconografia del presepe e in altre raffigurazioni del ciclo della Natività un ruolo ben preciso, facendone anzi uno degli elementi chiave della composizione. Fra i tanti esempi noti, si può almeno ricordare, oltre ad un celebre affresco del 220-230 della catacomba romana di Priscilla , raffigurante un profeta (forse Balaam) che indica una stella, la lastra incisa della defunta Severa, conservata al Museo Pio Cristiano, con la scena dell'offerta dei doni da parte dei Magi, riferibile alla prima metà del IV secolo. Sopra il Bambino compare un irregolare astro a sei punte di grandi dimensioni, mentre alle spalle di Maria con il piccolo Gesù, seduta su un sedile dall'alto schienale, una figura profetica addita la stella.



LA GROTTA

Scriveva nel III secolo Origene: «Se qualcuno vuole assicurarsi… che Gesù è nato a Betlemme, sappia che, a conferma di quanto narra il Vangelo, si mostra a Betlemme la grotta, nella quale Egli nacque. Tutti lo sanno nel paese e i pagani stessi ripetono a chi vuol saperlo che in quella caverna è nato un certo Gesù, che i cristiani adorano ed ammirano». Questo brano prova che la tradizione della grotta della Natività è molto antica (la fonte evangelica parla solo di una mangiatoia, non dell'ambiente in cui essa era ubicata) e proprio al di sopra di una grotta, sulla collina orientale di Betlemme, Costantino, esortato anche dalla madre Elena, costruì una basilica, che voleva ricordare degnamente l'evento. Per fare ciò, i suoi architetti trasformarono quel luogo in cripta, collegata tramite due scale direttamente al coro della chiesa e il soffitto naturale, che non avrebbe retto al peso delle strutture sovrastanti, fu coperto da una volta in muratura. Sul finire del IV secolo la grotta apparve alla pellegrina Egeria ornata di paramenti di seta ricamati, arredi liturgici, lumi, torce e candelabri preziosi, mentre il pavimento era a mosaico. Molte trasformazioni interessarono la grande basilica costantiniana a cinque navate nei secoli successivi, ma quell'ambiente, largo meno di 4 metri e lungo 12, tanto frequentato da folle di pellegrini, si mantenne sostanzialmente immutato, a parte l'aggiunta di un altare rivestito di marmi e di altri arredi liturgici. Precisamente sotto l'altare principale di que sto luogo venerato oggi appare, inserita nel pavimento, una stella d'argento dorato con un'iscrizione, posta nel XVIII secolo, mentre superiormente si notano tuttora frammenti dell'antica decorazione musiva. La continuità di una tradizione antichissima costituisce quindi una prova per sostenere che proprio quella grotta, un tempo ubicata nell'area del caravanserraglio di Betlemme, costituisse il ricovero di fortuna in cui nacque il Salvatore. A circa un miglio da lì, nella località di Bet-Sahur, le fonti attestano che già nel IV secolo esistevano un edificio di culto ed un convento, con annesso un vasto impianto agricolo, sorti su altre grotte, indicate come quelle in cui i pastori sostavano di notte all'epoca di Erode e quel sito è conosciuto proprio come il «Campo dei Pastori».



I MAGI

Si sa che nel Vangelo di Matteo si parla di Magi venuti dall'Oriente, senza specificare il loro numero e ben poco di preciso e storicamente attendibile aggiungono gli scritti apocrifi di epoca successiva. I Magi erano certamente astrologi, verosimilmente appartenenti ad una casta sacerdotale, diffusa in quell'epoca in Persia, in Mesopotamia e nella Media, che seguiva gli insegnamenti di Zoroastro, fondatore della religione nota come mazdeismo. Numerosi autori cristiani, da Clemente Alessandrino a Cirillo di Alessandria, da Giovanni Crisostomo a Prudenzio, ritengono che essi fossero proprio persiani, mentre altri pensano che fossero arabi, caldei o babilonesi. Molti studiosi, comunque, sono del parere che non fossero propriamente re e che l'espressione di Tertulliano, che li definisce «quasi re», non sia da interpretare in senso letterale, ma ritenendoli personaggi dotati di grande autorità e prestigio. Anche il repertorio iconografico paleocristiano non li presenta mai come sovrani, almeno fino al pieno Medioevo, quando cominciano ad essere effigiati con la corona sul capo, mentre in precedenza apparivano semplicemente in abiti orientali, con il berretto frigio e una sorta di pantaloni. Tornando al numero ternario, è logico supporre che esso fin dall'antichità fosse desunto da quello dei doni che essi portavano (oro, incenso e mirra), anche se proprio l'iconografia dei primi secoli cristiani attesta che doveva esserci qualche incertezza in proposito, visto che in alcune raffigurazioni (qualche pittura delle catacombe, una scultura, alcuni vetri dorati e un reliquiario argenteo) essi appaiono in numero variabile di due, quattro, o addirittura – in un caso – sei. Si è obiettato che ciò potrebbe essere posto in relazione con un'esigenza di simmetria delle composizioni, ma, volendo considerare in parte valida questa teoria per la riduzione a due, riuscirebbe difficile spiegarlo per l'aumento a quattro o più personaggi. In ogni caso, è pur vero che si tratta di esempi abbastanza sporadici e che già la più antica testimonianza pittorica conservata, nella cosiddetta Cappella greca del cimitero di Priscilla a Roma, della metà circa del III secolo, mostra i Magi nel consueto numero di tre. Riguardo, poi, ai nomi tradizionali di Gaspare, Melchiorre e Baldassarre, essi si fissarono e si diffusero solo a partire dal XII secolo, anche se il più antico documento noto con tale menzione è un manoscritto parigino, che risale ad un'epoca compresa fra la fine del VII e il IX secolo. In ambito archeologico, solo una ventina di anni or sono su un'iscrizione di VII-VIII secolo dipinta su un muro di monastero del vasto complesso delle Kellia, in Egitto, si sono letti i nomi Gaspar, Belchior e Bathesalsa. Si tratta di una scoperta importante, perché è la prima attestazione nota nei monumenti dell'esistenza di tale tradizione.




fonte

L'articolo "Natale: Cosa c'è sotto la stella" è stato pubblicato sul giornale "L'Avvenire" rubrica "Agorà" (pagg. 32-33), in data mercoledì 27 dicembre 2006, da parte di Danilo Mazzoleni (http://www.db.avvenire.it).