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Sieropositiva dopo il morso di un cane, muore a quarant'anni

Le iniettano un siero anti-tetanico e prende l'Aids. I legali fanno una causa civile chiedendo un risarcimento di tre milioni di euro

ANCONA - A un soffio dai quarant'anni un destino beffardo le ha inoculato nelle vene il siero della morte. Il vaccino che doveva prevenire complicazioni per il morso di un cane si è trasformato nel più letale dei veleni. Avrebbe dovuto evitare pericolose infezioni, è diventata sieropositiva. La malasorte ha portato fino in fondo la sua avversione per Erica, la giovane ungherese che ha finito il suo calvario. Sfiancata dagli stenti e dalla malattia, è volata in cielo.

I denti del cane le avevano lasciato appena un graffietto nel lontano '93, ma era il segno della svolta per l'inferno che la sua vita stava imboccando. Quattordici anni fa cala improvviso il buio del dramma su una ragazza dell'est illuminata negli occhi e nell'anima da un entusiasmo trascinante che sa trasferire negli impegni quotidiani di insegnante di educazione fisica. La laurea Isef conseguita con ottimi voti in Ungheria le viene riconosciuta anche in Italia, convertita all'Università di Urbino. Mette a frutto il suo talento nelle palestre in provincia di Ancona dove in poco tempo, con il filo della sensibilità e dell'altruismo, riesce a tessere una rete di amicizie arricchita dai confratelli dei Testimoni di Geova che con lei condividono la fede religiosa.

Sulla sua favola le ombre cominciano ad allungarsi con il morso dell'animale, e la trasformano in tragedia con la decisione di rivolgersi a un pronto soccorso della provincia per farsi medicare. Quello scatto di prudenza sarebbe stata la sua condanna a morte. Sul lettino, accusano gli avvocati Manuel Piras di Ancona e Maurizio Vannucchi di Civitanova Marche che hanno intentato una causa civile, Erica non sarebbe stata informata sulle cure a cui stava per essere sottoposta, tanto che non c'è traccia di consenso. Le iniettano un siero antitetanico derivato da immunoglobuline umane. Un danno aggravato dalla beffa: se avesse saputo non avrebbe accettato due volte: la sua religione impedisce la commistione di sangue umano.

Nei giorni successivi non si sente bene, i disturbi aumentano. La sottopongono ad accertamenti, scoprono una verità tremenda: Erica è affetta da Aids. Un velo si distende su presente e futuro della giovane, tutt'attorno il mondo scolora nel bianco e nero, tutto sa di sofferenza, di paura e povertà.

Non può più lavorare, non può più guadagnarsi di che campare. Resta in piedi sul sentiero di un'avventura terrena sempre più impervio sorretta dall'affetto e dalla carità degli amici e dei compagni di credo. "Senza di loro la fame l'avrebbe uccisa prima della malattia", racconta chi l'ha conosciuta. E che sa bene quanta bontà d'animo avesse.

Erica era adorabile, non voleva nemmeno fare causa per chiedere conto del precipizio nel dirupo della disperazione dove l'avevano spinta. Avrebbe lasciato perdere senza rimorsi né propositi di vendetta, se una parte di quei tre milioni di euro e passa chiesti come contropartita di una morte quasi certa non le servissero per far venire la mamma dall'Ungheria, per vivere accanto a lei gli ultimi palpiti di vita. Il destino non le ha concesso neppure questo ultimo atto di pietà. Erica se n'è andata da sola, le sue sofferenze sono finite in un ospedale di Trieste una settimana prima di compiere quarant'anni.



fonte

Questo articolo è stato pubblicato sul sito Corriere Adriatico, in data 27 Aprile 2007, da parte del giornalista Emanuele Coppari, Edizione di Ancona, rubrica cronache (http://www.corriereadriatico.it