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Il trapianto secondo Geova

Chirurgia - Primo caso in Italia. Per rispettare le motivazioni religiose della paziente.

Sostituito il fegato senza ricorrere a trasfusioni di sangue




Bologna - Dodici ore di sala operatoria. Un secondo dopo l'altro a tagliare e subito a richiudere i vasi sanguigni, l'adrenalina a mille. Perché quando si trapianta un testimone di Geova, non c'è margine per l'errore.

Chi rifiuta di ricevere sangue, plasma e piastrine, per convinzione personale, non ha molta chance e non ne concede. All'Ospedale Sant'Orsola, il professor Antonio Pinna e l'equipe del centro trapianti sono riusciti a spostare la frontiera più in là. E, per la prima volta in Italia, hanno eseguito un trapianto di fegato solo raccogliendo il sangue perso durante l'operazione e senza alcun tipo di trasfusione.

La testimone di Geova, M. S. di 63 anni, ha ripreso la sua vita normale nel paesino ai piedi del monte Falterona, in provincia di Forlì-Cesena dove abita.



L'intervento risale al 12 luglio dell'anno scorso. Ma il professor Pinna, che ha lavorato all'università di Pittsburgh con Thomas Starzl, "padre" dei trapianti di fegato, ha accettato di renderlo pubblico soltanto adesso. Ne parla nello studio al primo piano della palazzina Trapianti sotto lo sguardo severo dei 14 luminari suoi predecessori; da Giuseppe Atti nel settecento, fino a Giuseppe Gozzetti, scomparso nel 2005.

Perché solo ora, professor Pinna?
"Volevo essere sicuro dell'esito. Avevo bisogno di un anno per capire se tutto era andato bene".

Rimettiamo indietro le lancette: Quali problemi presentava la paziente?
"La signora soffriva di un'insufficienza epatica cronica, una cirrosi diagnosticata otto anni fa. Dopo aver tentato diverse cure, l'unica indicazione terapeutica era il trapianto. Come testimone di Geova, però, ha chiesto di non essere sottoposta a trasfusione".

Lei ha accettato. Poteva anche dire di no, giusto?
"In linea di principio, non ho nessuna preclusione. Non posso costringere un paziente a cambiare religione e quindi devo pensare a come curarlo. Dal punto di vista etico, sono tenuto a fare di tutto per un malato, ma è chiaro che non posso rischiare di farlo morire".

E dal punto di vista medico?
"Non è una scelta facile, perché il trapianto di pazienti con rischio emorragico, che non possono essere trasfusi, determina un vertiginoso aumento delle complicanze. Ma l'esperienza, iniziata storicamente a Pittsburgh nel 91, ha dimostrato che è possibile trapiantare un testimone di Geova. Certo occorre seguire regole ben precise".

Una specie di decalogo: può spiegarlo?
"Il paziente deve arrivare al trapianto con un valore di ematocrito superiore al 40% dell'intero volume ematico, che è la norma. Il numero di piastrine non può essere inferiore alle 100mila unità e non devono esserci situazioni tecniche chirurgiche, che in se comportino un alto fattore di rischio di emorragia in sala operatoria. Tutti e tre i criteri devono essere rispettati contemporaneamente".

Altrimenti, cosa può succedere?
"Se uno dei parametri sballa, la quota di emoglobina in circolazione diminuisce. I tessuti rischiano un'asfissia grave che conduce alla morte del paziente e danneggia anche il fegato. Una perdita doppia che deve far riflettere e agire con molta attenzione: perché l'organo poteva comunque essere utilizzato".

Nel caso specifico, ha dovuto riflettere molto?
"La paziente è venuta da me e ha spiegato quali erano i suoi problemi. Il suo caso presentava tutti i criteri necessari per poter affrontare il trapianto e perciò è stata accettata".

Se i requisiti fossero mancati?
"Avremmo detto alla paziente che il trapianto si poteva fare, ma a quel punto avrebbe dovuto dare il consenso alla trasfusione. Il problema si pone con il paziente che sanguina in sala operatoria. Negli USA, se non ho il consenso non posso trasfondere. In Italia posso, ma con una giustificazione. Poi sarà il magistrato a valutare se avevo ragione".

Ci racconti l'intervento: avete usato tecniche particolari?
In sala operatoria, tutta una serie di procedure per limitare al minimo il sanguinamento. Abbiamo legato i vasi subito dopo averli tagliati e abbiamo reinfuso la paziente con la macchina per il recupero intraoperatorio, che recupera e reinfonde immediatamente il sangue".

Perdoni la curiosità, ma quanto sangue si risparmia?
"Da noi, il consumo medio si è praticamente dimezzato perché si sono adottate tecniche e procedure di cui beneficiano i testimoni di Geova e anche gli altri. Dieci anni fa era ragionevole pensare a una media di 20 unità di sangue per trapianto. Una unità equivale a circa 450 millilitri. Adesso siamo scesi a 5-8 unità, che è sempre troppo, ma è meglio di prima. Dobbiamo arrivare a zero, anche se è quasi impossibile".

E dopo il trapianto?
"Abbiamo somministrato eritropoietina, per stimolare la produzione di globuli rossi, e abbiamo ridotto al minimo indispensabile la diluizione ematica. La paziente è stata tenuta molto ben ossigenata, sotto ventilazione assistita per 72 ore. Per il buon successo dell'intervento, dunque, occorre avere a disposizione una camera iperbarica, qualora la carenza di emoglobina provochi danni hai tessuti. Bisogna poi ridurre al minimo indispensabile gli esami del sangue, così preleviamo al massimo quantità da capillari pediatrici".

Onestamente, la chirurgia di frontiera serve al progresso medico?
"Non c'è dubbio. Tutti questi problemi devono stimolarci a trovare una soluzione e non a esorcizzarli. Bisogna solo avere bene in testa i criteri e non cullarsi nel facile ottimismo".

Perché allora non diventa prassi comune?
"In un mondo in cui siamo diventati molto assertivi, occorre riesumare l'antico "non so". Non si può obbligare un medico. Apprezzo molto di più un collega che si dichiara incapace, di uno che invece agisce credendo di sapere e poi sbaglia".

Dagli Stati Uniti all'Italia: nessun rimpianto?
"No, sono più i giorni che mi piace stare a lavorare qui. Dell'America ho gran bei ricordi: tutto ciò che si può fare, si fa. In Italia si guadagna di meno. Ma non si può avere tutto nella vita".

La paziente.

«Mi hanno salvata senza violare la mia coscienza»
"Ringrazio la generosità della famiglia che ha autorizzato l'espianto dell'organo, la rete informativa dei testimoni di Geova e, in modo particolare, il professor Pinna e la sua equipe che mi hanno trattato con estrema professionalità e umanità. Hanno rispettato le mie convinzioni religiose, non facendo pressioni perché accettassi un trattamento che avrebbe violato la mia coscienza. Ringrazio anche tutto il reparto che mi ha sostenuto e curato nei giorni più difficili della mia vita. Dopo tutto questo, fa sorridere pensare che il mio problema di salute più serio adesso è avere, di tanto in tanto, il male alla schiena".
M.S.


Ruggiero Corcella


(Foto in basso: pagina originale dell'articolo)





Questo articolo è stato pubblicato sul quotidiano Il Corriere della Sera, in data 28 ottobre 2007, da parte del giornalista Ruggiero Corcella, rubrica Salute, sezione Attualità; consultabile on-line all'url: http://archivio.corriere.it/archiveDocumentServlet.jsp?url=/documenti_globnet/corsera/2007/10/co_9_071028001.xml

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