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Testimone di Geova, trapianto senza trasfusioni



Una paziente malata di epatite cronica e testimone di Geova ha ricevuto un fegato nuovo, senza che durante l'intervento le sia stata praticata alcun tipo di trasfusione di sangue. Salute del Corriere della Sera intervista il professor Antonio Pinna che con l'équipe del Centro trapianti del S. Orsola Malpighi di Bologna è riuscito nell'operazione, la prima di questo tipo in Italia.

L'intervento risale al 12 luglio scorso. M.S. di 63 anni, soffriva di un'insufficienza epatica cronica, una cirrosi diagnosticata otto anni fa. Dopo aver tentato diverse cure, l'unica indicazione terapeutica era il trapianto, un'intervento che in genere richiede molte trasfusioni. I testimoni di Geova però per motivi confessionali rifiutano di essere sottoposti a trasfusioni.

Il professor Pinna detta la serie di regole che occorre seguire per poter trapiantare in queste condizioni: «Il paziente deve arrivare al trapianto con un valore di ematocrito superiore al 40 per cento dell'intero volume ematico, che è la norma. Il numero di piastrine non può essere inferiore alle 100mila unità e non devono esserci situazioni tecniche chirurgiche, che in sé comportino un alto fattore di rischio di emorragia in sala operatoria. Tutti e tre i criteri devono essere rispettati contemporaneamente»

«Se uno dei parametri sballa - prosegue - la quota di emoglobina in circolazione diminuisce. I tessuti rischiano un'asfissia grave che conduce alla morte del paziente e danneggia anche il fegato. Una perdita doppia, che deve far riflettere e agire con molta attenzione: perché l'organo poteva comunque essere utilizzato».

Il chirurgo spiega come è stata eseguita l'operazione con tutta una serie di procedure per limitare al minimo il sanguinamento: «Abbiamo legato i vasi subito dopo averli tagliati e abbiamo reinfuso la paziente con la macchina per il recupero intraoperatorio, che recupera e reinfonde immediatamente il sangue».

La conclusione è quanto effettuato dopo il trapianto. «Abbiamo somministrato - dice il professore - eritropoietina, per stimolare la produzione di globuli rossi, e abbiamo ridotto al minimo indispensabile la diluizione ematica. La paziente è stata tenuta molto ben ossigenata, sotto ventilazione assistita per 72 ore. Per il buon successo dell'intervento, dunque, occorre avere a disposizione una camera iperbarica, qualora la carenza di emoglobina provochi danni ai tessuti. Bisogna poi ridurre al minimo indispensabile gli esami del sangue. Così preleviamo al massimo quantità da capillari pediatrici».



fonte

Questo articolo è stato pubblicato sul sito EDott, in data 29 ottobre 2007, rubrica Sanita Quotidiana (www.edott.it)