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Nei casi di trasfusione, i desideri dei pazienti sono da ritenere sacri

ETICA NELLA MEDICINA

SHEILA McLEAN


IL CASO: Charlotte è stata vittima di un grave incidente stradale ed immediatamente è stata ricoverata in ospedale in fin di vita. Si è ritenuta necessaria una trasfusione di sangue come soluzione immediata, ma dato che giaceva in uno stato di incoscienza il suo consenso a tale trattamento non poteva essere ottenuto. Inoltre un'infermiera è venuta a sapere che, dato che Charlotte è una devota testimone di Geova, porta con sé il tesserino di rifiuto del sangue.
Senza trasfusione di sangue i medici dicono che morirà sicuramente. Quindi decidono di procedere ugualmente all'intervento, ritenendo che Charlotte, una volta ristabilita, sarà felice di aver avuto salva la vita.

LA DISCUSSIONE: Come è stato esaminato nelle settimane precedenti in questo periodico, lo scopo principale della medicina è quello di salvaguardare la salute e salvare la vita. Per i professionisti che operano nel campo della sanità è una grave mancanza perdere delle vite che potrebbero altrimenti essere salvate. Vista da un livello personale, quindi, la decisione dei medici potrebbe essere comprensibile. Se Charlotte non avesse avuto con sé il tesserino del sangue, o se non fosse stato visto, i medici avrebbero avuto il permesso di continuare senza il consenso di Charlotte.
Questa forma di autorità deriva dalla ‘dottrina legale della necessità', la quale consente un certo trattamento medico senza aver ricevuto il consenso del paziente al fine di salvarne la vita o impedirne un aggravarsi delle condizioni.
Questa ‘dottrina' però non permette di operare sui pazienti a completa discrezione dei medici. In un episodio, per esempio, un medico aveva deciso unilateralmente di sterilizzare una paziente durante un'operazione, ritenendo in buona fede che una ulteriore gravidanza avrebbe potuto mettere in pericolo la sua vita. Questo intervento però non rientrava nella ‘dottrina della necessità', in quanto non era necessario né per salvare la vita della paziente né per impedire un aggravare delle sue condizioni; tutto ciò a testimonianza del fatto che, se possibile, il consenso del paziente è d'obbligo che sia richiesto.
Per quanto riguarda il caso di Charlotte, da un punto di vista morale, la decisione dei medici è sicuramente discutibile per due motivi.
Primo, non è permesso cercare di indovinare quale potrebbe essere il desiderio del paziente in quel dato momento, nemmeno se giace in uno stato di incoscienza che non permette di ripetere le proprie volontà. L'autorità che esercitano dichiarazioni o direttive redatte in vece delle proprie facoltà di intendere e volere, le quali sono specifiche e si applicano a circostanze come questa, ora sono tutelate a norma di legge. Dato che non vi era ragione che Charlotte avesse potuto cambiare idea, dovevano essere seguite le sue volontà precedentemente messe per iscritto.
Secondo, la libertà di religione deve essere rispettata, in quanto è pure un diritto specifico contenuto nella Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo, la quale è stata integrata poi in diverse leggi nazionali. Il diritto di esercitare coerentemente la propria fede e di esprimere nella propria vita i precetti della propria fede in modo da influire nelle scelte personali di vita è tutelato chiaramente nella Legge dei Diritti dell'Uomo. Quindi, anche se una scelta personale può sembrare irrazionale a molti che non condividono le stesse credenze religiose, questa dev'essere comunque rispettata.
Il problema si presenta invece quando non si nutre il motivato dubbio che una scelta, come il rifiuto delle trasfusioni di sangue, non corrisponda alle reali volontà della persona.
In un caso, per esempio, una giovane donna che era cresciuta in una famiglia di testimoni di Geova ma nel tempo non si considerava più tale, ha rifiutato una trasfusione dopo una conversazione con la madre, la quale invece è un'attiva testimone di Geova. In questo caso la corte era poco disposta a rispettare la sua scelta, in quanto la decisione che aveva preso era stata soggetta ad una eccessiva pressione da parte della madre. Non potrebbe quindi essere identificata come un esercizio autonomo da parte del paziente delle proprie volontà. La corte in questo caso ha ritenuto opportuno intervenire sulla paziente.
E' evidente che questa è una situazione ben diversa da quella di Charlotte, descritta all'inizio, nella quale l'intenzione della paziente era chiara ed inequivocabile. Mentre sembrerebbe corretto rifiutare la decisione della paziente nell'ultimo caso descritto, non si può dire la stessa cosa nel caso precedente. I medici che rifiutano di rispettare una decisione competente, come quella che aveva scritto Charlotte, possono subire azioni legali.



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