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La persecuzione nazista dei Testimoni di Geova



Riceviamo e volentieri pubblichiamo: È stato opportunamente detto che "non è mai troppo tardi per ricordare", e per questo anche se oltre mezzo secolo ci separa dai fatti la vicenda dell'internamento nei campi di concentramento e di sterminio è ancora di attualità. La cosiddetta "burocrazia dello sterminio nazista" ha tentato di annullare l'esistenza di milioni di individui nei 13 anni forse più tragici della storia europea contemporanea. Nel caso di 11 milioni di persone lo ha fatto letteralmente provocandone la morte fisica. Di tutti gli internati si è tentato comunque di annullare l'individualità e la dignità.

Bambini e adulti hanno sofferto pene indicibili. La burocrazia dello sterminio non aveva a che fare tanto con esseri umani, quanto con categorie. E queste nei campi si distinguevano per i triangoli e le stelle di vari colori. Così, com'è noto, la categoria degli ebrei aveva la stella gialla, quella dei politici un triangolo rosso, i delinquenti erano contrassegnati dal triangolo verde, gli omosessuali da quello rosa, i rom e i sinti (definiti zingari) da uno marrone, e così via per un totale di 8-9 categorie, una delle quali era quella dei testimoni di Geova, riconoscibili nei campi dal triangolo viola che indossavano. Le categorie, a loro volta, rimandavano alle ragioni che giustificavano (sempreché le coscienze naziste cercassero giustificazioni) dapprima il colpirle, quindi l'internamento e, infine, la soppressione o la "soluzione finale". Per certe categorie le ragioni erano di ordine etnico: la distanza dallo pseudo-modello razziale ariano "giustificava" la repressione e l'internamento di categorie ritenute neppure appartenenti all'umanità, quali ebrei e zingari. Per altre categorie, le motivazioni dell'internamento erano di ordine ideologico, come nel caso dei politici. Per un unico gruppo, tuttavia, le ragioni erano di ordine esclusivamente religioso.[1] Era proprio questo a rendere così peculiare la presenza di questa comunità relativamente piccola nel sistema concentrazionario. Si trattava dei testimoni di Geova. Quando i nazisti salirono al potere nel 1933, i poco più di 20.000 Testimoni tedeschi furono immediatamente presi di mira quali nemici dello Stato per il loro rifiuto di sostenere l'ideologia nazista imperniata sull'odio.[2] Quasi 10.000 Testimoni infine avrebbero sofferto nelle prigioni o nei campi nazisti, dove 2.000 di loro trovarono la morte. Pur scrupolosi nell'osservare le leggi, i Testimoni non prendevano parte alle questioni politiche e soprattutto alle guerre. Dal loro credo religioso discendevano una serie di comportamenti quotidiani che si scontravano con l'ideologia totalizzante del nazismo: il rifiuto di imbracciare le armi innanzitutto e di lavorare per l'industria bellica, il rifiuto di idolatrare il führer (il saluto "Heil Hitler!") o la svastica, il rifiuto di aderire al partito nazista, nonché l'imparzialità con cui diffondevano il messaggio evangelico non facendo distinzioni tra etnie, razze, ecc.

Quella dei Testimoni fu la prima associazione religiosa ad essere proscritta nella Germania nazista già nella primavera del 1933, e tra i primi internati c'erano appunto i Testimoni, la cui presenza nei campi è documentabile almeno sin dal 1934. I comportamenti che scaturivano dal proprio credo religioso erano seguiti dai Testimoni con coerenza e scrupolo, come hanno messo in luce anche diversi studiosi. Wolfgang Sofsky, sociologo tedesco, ha fatto notare: ?Le SS attribuivano a questi detenuti [testimoni di Geova] un'influenza maggiore di quella che in realtà avevano. Per molti anni essi vennero perseguitati assai duramente a causa del loro coerente atteggiamento di resistenza passiva: per rompere la loro solidarietà si decise di sparpagliarli in blocchi diversi, ma poi si dovette fare marcia indietro quando ci si accorse del pericolo rappresentato dal loro attivismo «missionario» all'interno delle camerate".[3] Per uscire dai campi di concentramento o di prigione ai Testimoni internati sarebbe stato sufficiente firmare una abiura (non a caso, uno strumento tipico della repressione religiosa). Era un foglio banale, in cui il detenuto sottoscriveva una dichiarazione che diceva in parte: "Ho lasciato completamente l'organizzazione [degli Studenti Biblici o Testimoni di Geova] e mi sono liberato nel modo più assoluto degli insegnamenti di questa setta. Con la presente assicuro che mai più prenderò parte all'attività [...] degli Studenti Biblici. Denuncerò immediatamente chiunque mi avvicini con l'insegnamento degli Studenti Biblici o riveli in qualche modo di farne parte. Consegnerò immediatamente al più vicino posto di polizia tutte le pubblicazioni degli Studenti Biblici che dovessero essere inviate al mio indirizzo. In futuro stimerò le leggi dello Stato, specie in caso di guerra difenderò, armi alla mano, la madrepatria e mi unirò in tutto e per tutto alla collettività".[4]

Accontentandosi di una semplice firma su un foglio di carta, i nazisti riconoscevano implicitamente il rigore morale e la coerenza dei Testimoni. Sapevano di dover combattere con loro una battaglia per il dominio dello spirito. Prima ancora, la lotta era cominciata in tutta la Germania. Dal 1933 Bibbie e pubblicazioni bibliche vennero confiscate ai Testimoni e date alle fiamme. Singoli Testimoni furono picchiati e arrestati perché assistevano a riunioni di culto. Si moltiplicarono i licenziamenti di Testimoni. I loro figli vennero espulsi da scuola. Centinaia di genitori si videro privati della potestà quando i figli furono avviati a centri di rieducazione nazista. La storia dei testimoni di Geova nella Germania nazista è dunque singolare per varie ragioni:
(1) I Testimoni potevano scegliere: diversamente da altri prigionieri, ciascun Testimone avrebbe riottenuto la libertà semplicemente firmando un atto di abiura della propria fede religiosa.
(2) I Testimoni furono l?unico gruppo religioso a prendere una posizione coerente contro il regime nazista.
(3) I Testimoni, infine, denunciarono apertamente e sugli stampati che diffondevano le barbarie naziste, e per questo la Gestapo e le SS profusero un impegno spropositato nel vano tentativo di annientare questo gruppo relativamente piccolo. Sono passati più di 50 anni dalla liberazione dai campi di concentramento. Non è mai troppo tardi per ricordare uomini e donne che, per ragioni religiose, erano entrati in quel mondo terrificante fin dal suo inizio. Molti di loro, come milioni di altri, persero tanto: averi, salute, ma soprattutto familiari, amici o la loro stessa vita. Come tanti altri, però, seppero conservare una propria dignità in mezzo a quegli orrori. E, soprattutto, non persero ciò a cui forse tenevano di più: la propria fede religiosa, per la quale tanto erano stati disposti a soffrire.



[1] D. Garbe, Between Resistance and Martyrdom. Jehovah's Witnesses during the "Third Reich", Conferenza, Museo dell?Olocausto di Washington, 29 settembre 1994.
[2] C. King, Jehovah's Witnesses under Nazism, in A Mosaic of Victims. Non-Jews Persecuted and Murdered by the Nazis, a c. di M. Berenbaum, New York University Press, New York, 1990, p. 189; F. Peradotto, Un?esperienza da ricordare, in Religiosi nei lager, a c. di F. Cereja, Franco Angeli, Milano, 1999, p. 19.
[3] W. Sofsky, L'ordine del terrore, Laterza, Bari-Roma, 1995, p. 181.
[4] L. Tristan, S. Graffard, I Bibelforscher e il nazismo (1933- 1945), Editions Tiresias, Parigi, 1994, p. 50.



fonte

Questo articolo è stato pubblicato sul sito Cronaca d'Abruzzo, in data 31 dicembre 2007, da parte di Maurizio Tortoreto, rubrica Cultura e spettacolo (http://www.cronacadabruzzo.org)