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Il rifiuto emotrasfusionale dei testimoni di Geova: critiche alla Corte Suprema



(Articolo del Dott. Mauro Di Fresco)



Non è stato facile scrivere questa monografia né è stato agevole pubblicarla; è stata rifiutata da diverse testate giuridiche ed alcuni editori hanno trovato l'argomento dei testimoni di Geova "fuori luogo" e addirittura "imprudente". Mi hanno avvertito che bisogna stare attenti se si vuole difendere alcune minoranze religiose (soprattutto se non godono del beneplacito cattolico), ma è stato proprio questo atteggiamento stranamente intimidatorio a convincermi che, invece, mi trovavo sulla strada giusta e che qualcuno doveva pur considerare, sempre sul piano strettamente giuridico, le motivazioni sottese alla sentenza che mi appresto a disaminare. La sentenza in esame, di primo acchito, mi pare gravemente lesiva dei diritti delle minoranze religiose e soprattutto del loro credo, che per via del catecumenismo, stanno perdendo la propria identità ideologica.

I punti di diritto enunciati dalla Suprema Corte nella recente sentenza della III Sezione Civile del 21 febbraio 2007 n. 4211, a distanza di circa un anno dalla sua pronuncia, devono essere rivisitati alla luce di una diversa coscienza giuridica europea e dei precetti legislativi e di diritto comune.

Imporre ad un essere umano un trattamento sanitario, benché benevolo, almeno dal punto di vista strettamente medico e umano, non dettato da malizia e intolleranza, rimane sempre e comunque un atto violento che offende e lede, anche irreversibilmente, la persona che lo subisce, distruggendone, alcune volte, la coscienza e la visione religiosa dove la realtà fisica corrisponde e si incontra con quella ideologica.

Alcuni hanno detto che si cura la carne ma si distrugge l'anima.

Senza entrare nella questione puramente dottrinale dei testimoni di Geova, tra l'altro di difficile comprensione per un magistrato di diversa fede (o ateo), il problema sollevato dall'attore è senz'altro di importanza fondamentale e attuale e non può essere liquidato così come ha fatto la Suprema Corte.

La Corte Suprema costruisce in sentenza un preambolo di scarso impegno fondando l'istituto del consenso informato su due aspetti: l'articolo 5 della legge 28 marzo 2001 "Ratifica ed esecuzione della convenzione del Consiglio d'Europa per la protezione dei diritti dell'uomo e della dignità dell'essere umano riguardo all'applicazione della biologia e della medicina" e l'art. 40 del Codice di deontologia medica, il quale prescrive che non è "consentito alcun trattamento medico contro la volontà della persona".

Argomenta la Corte che era chiaro il dissenso emotrasfusionale del paziente prima dell'intervento ma non si può sapere con certezza se lo stesso avrebbe reiterato tale dissenso anche in presenza di pericolo di vita; nel dubbio i medici avrebbero fatto bene a trasfonderlo.

A sostegno di tale tesi gli ermellini citano gli artt. 8 e 9 della Convenzione succitata e precisamente che gli interventi di urgenza indispensabili sono legittimi anche in presenza di un dissenso semprechè i medici prendano in considerazione "i desideri precedentemente espressi a proposito di un intervento da parte di un paziente che, al momento dell'intervento, non è in grado di esprimere la sua volontà".

I punti su cui si fonda il rigetto del ricorso sono principalmente due e riguardano la considerazione del dissenso e l'attualità del consenso. Secondo i Giudici il dissenso espresso dal testimone di Geova al momento dell'intervento chirurgico, non era più attuale in caso di un aggravamento delle condizioni cliniche e quindi non era più valido. Esaminiamo criticamente i due aspetti qui rilevanti e che hanno fondato la ratio di altre pronunce negative sia delle corti di merito che di legittimità.

La considerazione di un dissenso

Afferma la Corte: "l'altro nodo fondamentale da accertare era se il rifiuto al trattamento trasfusionale manifestato al momento del ricovero potesse ritenersi operante anche al momento in cui le trasfusioni si erano rese necessarie; che la risposta era "se non sicuramente negativa, quantomeno fortemente dubitativa", essendo assai dubbio che il paziente, qualora avesse saputo dell'effettiva gravità della lesione e dell'incombente pericolo di vita, avrebbe senz'altro ribadito il suo dissenso ...".

Il dubbio che attanaglia il giudice di merito è francamente legittimo per chi non considera il sangue sacro. Ma non lo è per i testimoni di Geova che, ad litteram legis, considerano il divieto de quo, sancito in più passi biblici sia nelle Scritture Ebraiche che Greche, fondamentale per la vita cristiana.

La vita biologica, per un testimone di Geova, non ha un valore semplicemente materiale nel senso che le teorie scientifiche ed evoluzionistiche intendono, ma ha un significato intrisencamente religioso nel senso che la vita è dedicata ed impegnata fondamentalmente per uno scopo spirituale poichè, vivere rispettando le norme bibliche per piacere a Dio (vita teocratica), è l'aspirazione a cui tendono più di ogni altra cosa. Vivere per uno scopo edonistico, alla ricerca del piacere egoistico, è del tutto antitetico e riluttante per i cristiani testimoni di Geova.

Considerando la questione fattuale dal punto di vista del testimone di Geova, il consenso al trattamento emotrasfusionale, assurgendo ad antinomia della regola biblica, assume un valore eccezionale e non ordinario poichè si pone in netto contrasto al dettame apostolico (Atti 15:28 e 29); per questo motivo la Corte doveva argomentare al contrario valutando il dissenso emotrasfusionale come un evento ordinario e il consenso alla trasfusione come un evento eccezionale che non si riscontra nella maggioranza dei fedeli testimoni di Geova. Invece per valutare la probabile scelta di un testimone di Geova incosciente (in coma) in rapporto all'emotrasfusione, la Corte ha usato un parametro comune, quello dettato, per esempio, dal cattolico che, normalmente, non rifiuta mai il sangue per motivi religiosi.

E' difatti risaputo che il rifiuto emotrasfusionale è un signum specificationis per la religione dei testimoni di Geova, non si riscontra in nessun altra organizzazione per cui la valutazione del "consenso dubitativo" andava valutata in maniera diversa.

Ricorda la Corte Suprema, riprendendo la motivazione della Corte di Appello, che "lo stato di necessità ex art 54 C.P. può sostituirsi al consenso mancante per rendere lecito un intervento medico d'urgenza, ma non può in alcun caso elidere e sopraffare il dissenso validamente espresso, la cui vincolatività si basa sui principi espressi dalle citate norme costituzionali" e ammette che "il paziente aveva legittimamente rifiutato un trattamento medico (trasfusione) che, nella sua scala di valori, gli pareva inaccettabile per motivi morali e religiosi, anche a costo del sacrificio della vita stessa".

Alla stregua di questi elementi che differenziano i testimoni di Geova dalle altre organizzazioni cristiane, i giudici dovevano considerare il dissenso come atto eccezionale, manifestabile in situazioni di marginalità religiosa ovvero possibili e quindi probabili nei casi in cui un testimone di Geova non rilasci il consenso in maniera perentoria includendo nel percorso terapeutico anche i casi gravi e pericolosi per la vita. Il tesserino dei TdG include dette situazioni e il modulo del consenso informato può essere liberamente modificato dal paziente che può aggiungere tali situazioni di extrema ratio dichiarando, implicitamente, che intende confermare il suo dissenso.

Il giudice di prime cure non ha criticato l'esegesi biblica di Genesi 9: 3 - 6, Levitico 17:11 e Atti 15: 28 e 29 anche perché il divieto dell'uso del sangue è expressis verbis, ma ha sollevato dubbi circa l'attualità del consenso che operava solo nella frazione temporale in cui la salute del soggetto non era affatto in pericolo.




L'attualità, l'inequivocabilità, l'effettività e la consapevolezza del consenso

Non si vuole criticare il principio che caratterizza gli elementi essenziali del consenso, qui espressi, ma la valutazione tamquam non esset del consenso quando la situazione si modifica nel caso del testimone di Geova che rifiuta l'emotrasfusione. L'errore in cui sono incorsi i giudici è non considerare la ratio su cui si fonda tale rifiuto. Una persona che rifiuta il sangue perché ha paura di infettarsi, può ben accettarlo in caso di pericolo e danno grave ed irreparabile poiché tra i due possibili rischi, prevale il secondo sul primo, cioè è preferibile rischiare una infezione piuttosto che la vita. Nel caso del testimone di Geova, la ratio del rifiuto è ideologica e si fonda su un rapporto profondo che prescinde dai benefici fisici che potrebbe assicurare l'emotrasfusione. Il rifiuto qui espresso ha valore immateriale e supera l'istintiva concezione biologica della vita. Il dissenso andava valutato alla stregua di questi canoni interpretativi che avrebbero portato l'argomentazione logico-giuridica su un piano più realistico e aderente alla volontà del paziente; per cui il consenso avrebbe dovuto operare fino alla morte e quindi anche in caso di incoscienza. Difatti è la stessa Organizzazione religiosa dei testimoni di Geova ad aver adottato diversi sistemi per far valere i diritti dei propri aderenti al rifiuto emotrasfusionale anche in caso di incoscienza, sia tramite un tesserino che ne riportava la dichiarazione di volontà controfirmato da due testimoni, sia con la recente dichiarazione di nomina dell'Amministratore di sostegno.

Non accettare la mentalità del paziente ed agire con vis absoluta e compulsiva, significa violentarlo e ucciderlo perché la vita religiosa può raggiungere livelli superiori a quella semplicemente biologica e determinare la sua personalità, le sue aspirazioni, i suoi rapporti sociali e familiari, gli scopi e la volontà di vivere.

Che il consenso rilasciato dal paziente del caso in esame sia stato attuale, inequivocabile, effettivo e consapevole, si evince, come già sostenuto, dalla ratio che fonda la sua determinazione; non legata a meri capricci o ansie collettive, non legata ad atteggiamenti ignoranti, ma a motivi squisitamente ideologici e quindi difficilmente reversibili. Del resto la storia è ricca di martiri che sono morti pur di non tradire le proprie convinzioni, giuste o sbagliate che siano state; ma pur sempre convinzioni che non hanno mai accettato compromessi, neppure dinanzi alla morte.




Il fondamento del consenso

Occorre ripercorrere alcune sentenze che hanno sancito i principi su cui si fonda il consenso informato del paziente e ricercare, attraverso tale disamina, le contraddizioni che fondano la critica giuridica qui espressa.

La Cassazione Civile, Sez. III del 30.11.93, la stessa sezione che ha deciso il caso de quo, ha affermato che "l'informativa al paziente circa le conseguenze dell'intervento ed i suoi possibili esiti rientra nei comuni doveri del medico e correttamente la Corte di appello ha ritenuto la responsabilità della struttura sanitaria, in base alla violazione del suddetto dovere, tanto più che, come ritenuto dalla stessa Corte, l'esito negativo dell'intervento era un fatto prevedibile". La prevedibilità di un aggravamento del quadro clinico del paziente si deve evincere dal consenso. Non si può ottenere un consenso valido se non si include nelle situazioni a rischio, anche la morte. In questi casi il consenso così espresso rimane vigente e valido anche in caso di incoscienza in quanto il paziente si è autodeterminato valutando le situazioni di crisi. Una diversa esegesi porterebbe ad annullare automaticamente qualsiasi dissenso in caso di incoscienza, rendendo insignificante un diritto costituzionale che riguarda la persona.

Diverso è il caso in cui il paziente si presenti in ambiente ospedaliero privo di coscienza e non possa esprimere la propria volontà sul trattamento sanitario incombente. - Ex Plurimis Cass. n. 12621 del 15.11.1999, Sez. III; 25 novembre 1994 n. 10014 e 29 marzo 1976 n. 1132.

Ma se il paziente aveva espresso precedentemente e in previsione di tali casi gravi e pericolosi una determinata volontà, anche attraverso l'istituto dell'amministrazione di sostegno, allora viene meno il vizio della determinabilità della volontà e i medici sono vincolati da tali disposizioni anche in caso di pericolo di morte.

La Cassazione n. 14638 del 13.09.2004, conferma quanto detto: "Il professionista ha il dovere d'informare il paziente sulla natura dell'intervento, sulla portata ed estensione dei suoi risultati e sulle possibilità di successo dell'operazione. Il sanitario, inoltre, ha il dovere d'informare il malato dei rischi prevedibili ma non degli esiti anomali, al limite del fortuito, dovendo contemperare l'esigenza d'informazione con la necessità di evitare che il paziente, per una qualsiasi eventualità, eviti di sottoporsi anche a un intervento banale. Per quanto riguarda le operazioni particolarmente complesse sussistono poi rischi differenziati per le diverse fasi dell'operazione e delle scelte effettuate".

Nel contratto di prestazione d'opera intellettuale tra il chirurgo ed il paziente (o nel contratto sociale in regime pubblicistico quando il contratto è stipulato tra ente e paziente), il professionista, anche quando l'oggetto della sua prestazione sia solo di mezzi e non di risultato, ha il dovere di informare il paziente sulla natura dell'intervento, sulla portata ed estensione dei suoi risultati e sulle possibilità e probabilità dei risultati conseguibili, sia perché violerebbe, in caso contrario, il dovere di comportarsi secondo buona fede nello svolgimento delle trattative e nella formazione del contratto (art. 1337 C.C.), sia perché tale informazione è condizione indispensabile per la validità del consenso, che deve essere consapevole, al trattamento terapeutico e chirurgico, senza il quale l'intervento sarebbe impedito al chirurgo tanto dall'art. 32, comma 2° della Costituzione (a norma del quale nessuno può essere obbligato ad un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge), quanto dall'art. 13 Cost. (che garantisce l'inviolabilità della libertà personale con riferimento anche alla libertà di salvaguardia della propria salute e della propria integrità fisica), nonché dall'art. 33, L. 23 dicembre 1978 n. 833 (che esclude la possibilità di accertamenti e di trattamenti sanitari contro la volontà del paziente, se questo è in grado di prestare il consenso e non ricorrono presupposti dello stato di necessità, ex art. 54 C.P.)". La visione paternalistica dell'attività sanitaria, lascia il posto a quella assistenzialistica che informa il paziente e sostiene l'autodeterminazione così formatasi. I fondamenti giuridici che sorreggono l'istituto del consenso informato sono molteplici e tutti degni di attenzione anche, e soprattutto nel caso dei testimoni di Geova, quando si versa in stato di incoscienza e il consenso è stato già prestato ed ottenuto considerando tale grave evenienza per motivi strettamente religiosi e non sanitari.

Che il consenso non possa desumersi per facta concludentia è oramai ius receptum (V. Corte di Appello di Bari 27.03.2006) e nel silenzio non può stabilirsi che il testimone di Geova avrebbe accettato la terapia emotrasfusionale anzi, è vero il contrario ben sapendo che tale rifiuto, di ratio religiosa, è dotato di particolare effettività tra i Christifideles.

La Convenzione di Orviedo

[font=Bell][size=3]Altra fonte legislativa di fondamentale importanza è la Convenzione per la protezione dei Diritti dell'Uomo e della dignità dell'essere umano nei confronti dell'applicazioni della biologia e della medicina firmata ad Orviedo il 04 Aprile 1997.

Nel preambolo si legge che gli Stati membri dei Consiglio d'Europa, gli altri Stati e la Comunità Europea firmatari della presente Convenzione, considerando la Dichiarazione universale dei Diritti dell'Uomo, proclamata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948; la Convenzione di tutela dei Diritti dell'Uomo e delle Libertà Fondamentali del 4 novembre 1950; la Carta sociale europea del 18 ottobre 1961; il Patto Internazionale sul Diritti civili e politici e il Patto internazionale relativo al diritti economici, sociali e culturali del 16 dicembre 1966; la Convenzione per la protezione dell'individuo riguardo all'elaborazione dei dati a carattere personale del 28 gennaio 1981; anche la Convenzione relativa al diritti del bambino del 20 novembre 1989, sono consapevoli e convinti della necessità di rispettare l'essere umano sia come individuo, che nella sua appartenenza alla specie umana e di assicurare la sua dignità.

Nel caso di specie appare rilevante ricordare alcuni principi qui enunciati ed in particolare: Articolo 1 - Proteggere l'essere umano nella sua dignità e nella sua identità garantendo ad ogni persona, senza discriminazione, il rispetto della sua integrità e dei suoi altri diritti e libertà fondamentali riguardo alle applicazioni della biologia e della medicina. La dignità e l'identità del testimone di Geova viene meno e viene lesa anche irreversibilmente nel caso in cui venga forzata e violentata la sua volontà perché il rifiuto dell'emotrasfusione identifica i testimoni di Geova e ne struttura anche la personalità religiosa.

Articolo 2 - L'interesse e il bene dell'essere umano debbono prevalere sul solo interesse della società. L'interesse qui enunciato non ha solo rilevanza biologica ma spirituale. Se una persona profondamente religiosa vive immersa in un contesto prevalentemente spirituale, il suo interesse sarà principalmente spirituale e si sforzerà di aderire, sempre e in qualunque circostanza, ai precetti della sua religione e in questo caso della Bibbia. I suoi interessi non saranno affatto uguali a quelli degli altri che non assegnano un significato così pregnante alla sacralità del sangue.

Capitolo II - Consenso: Articolo 5 - Regola generale - Un intervento nel campo della salute non può essere effettuato se non dopo che la persona interessata abbia dato consenso libero e informato. Questa persona riceve innanzitutto una informazione adeguata sullo scopo e sulla natura dell'intervento e sulle sue conseguenze e i suoi rischi. La persona interessata può, in qualsiasi momento, liberamente ritirare il proprio consenso. Come si evince dalla succitata norma, l'informazione sanitaria deve contenere anche l'esposizione dei rischi che comporta una determinata scelta perché quello che si intende garantire è la libertà di scegliere il trattamento sanitario che si dovrà subire sul proprio corpo. Del resto se la stessa norma prevede il diritto di revoca del consenso, ciò significa che il consenso ha un valore assoluto e indefettibile che, neppure in caso di pericolo, viene meno talchè il potere di agire del medico presuppone un atto di legittimazione fondato, appunto, sul consenso. Quando la situazione clinica si modifica in peius fino al pericolo di morte, il consenso non si modifica se l'informazione è stata resa secondo i succitati dettami, ovvero se è stato spiegato al paziente quali rischi corre decidendo per un determinato trattamento. Annullare il consenso in caso di pericolo di morte, significa minimizzare l'importanza del consenso e, di conseguenza, violare i principi cardini su cui si fonda il rispetto della dignità e della libertà umana. Il consenso o il dissenso che prevede l'espressa determinazione di volontà nel caso si palesasse il rischio paventato, ovviamente anche in caso di incoscienza visto che sono molteplici i quadri clinici gravi (pericolo di morte) in cui si perde la coscienza, deve essere rispettato fino alla fine, altrimenti non si potrebbe neppure parlare di principi di libertà e di dignità.

Questo aspetto di fondamentale importanza per tutte le persone e non solo per i testimoni di Geova, ha la sua radice nei più elevati valori umani che contraddistinguono una società basata sulle libertà civili e sul rispetto della personalità, della dignità, della spiritualità dell'essere umano. Le minoranze non dovrebbero soccombere dinanzi all'arrogante prepotenza della maggioranza.




Desiderio o consenso

Continua la dichiarazione di Orviedo all'articolo 8 - Situazioni d'urgenza - Allorquando in ragione di una situazione d'urgenza, il consenso appropriato non può essere ottenuto, si potrà procedere immediatamente a qualsiasi intervento medico indispensabile per il beneficio della salute della persona interessata. La norma non prevede che il consenso sia prestato in coscienza, anzi, sarebbe contraddittoria se così si interpretasse visto che prevede l'impossibilità di ottenere il consenso in caso di urgenza; ovviamente si presuppone che l'impedimento sia direttamente collegato alla situazione d'urgenza (perdita di coscienza). Il consenso però può essere ottenuto anche per mezzo di una dichiarazione sottoscritta dal legittimato così come avviene per altri istituti (es: testamento) che sostituisce la suitas nel caso sia incapace di prestarlo nelle situazioni di emergenza (perdita di coscienza). Il consenso manifestato attraverso lo scritto, dovrà tener conto delle situazioni di emergenza e farne espresso riferimento così da dimostrare che si è coscienti e decisi nel rifiutare un determinato trattamento terapeutico durante le fasi critiche ed anche irreversibili.

Articolo 9 - Desideri precedentemente espressi - I desideri precedentemente espressi a proposito di un intervento medico da parte di un paziente che, al momento dell'intervento, non è in grado di esprimere la sua volontà saranno tenuti in considerazione. Dalla norma si evince la difficoltà di procedere ad una corretta valutazione da parte dei medici del consenso o dissenso manifestato per una prestazione nel contesto di una determinata situazione che poi cambia drasticamente, senza permettere al paziente di ridecidere in base alla nuova situazione creatasi. Ed è certo auspicabile una siffatta considerazione del consenso che la Suprema Corte ha sostenuto nel caso di specie, se non fosse che ha errato nel valutarne l'applicazione al testimone di Geova. Invero il paziente testimone di Geova aveva considerato la possibilità che la situazione si modificasse fino a rischiare l'emotrasfusione d'urgenza; aveva considerato e valutato ogni possibile scenario clinico (tra l'altro è compito dei medici illustrare i rischi di un intervento fino all'exitus) ed aveva volontariamente e coscienziosamente rifiutato l'emotrasfusione anche nei casi d'urgenza. Ergo non è possibile applicare a detto caso l'art. 9 succitato poiché è applicabile solo quando il consenso o il dissenso dichiarato dal paziente non consideri le situazioni gravi e d'urgenza cosicché, nel dubbio, l'art. 9 permette ai medici di "considerare i desideri precedentemente espressi" al fine di rispettare il più possibile quello che avrebbe scelto il paziente se avesse conosciuto prima i rischi gravi. In poche parole l'art. 9, mal applicato dalla Corte, sostituisce la volontà del paziente che non si pronuncia sulla scelta da effettuare nel caso si palesasse una situazione grave; solo in questo caso i medici possono derogare alla sacralità del consenso (proprio perchè non vi è stato alcun consenso). Difatti la norma non utilizza il termine giuridico "consenso" ma "desideri" in quanto il consenso ha una pregnanza giuridica e legale incisiva che non accetta deroghe mentre, se il paziente durante la degenza o da quanto riferito dai familiari aveva espresso alcuni desideri o preferenze su una data prestazione sanitaria che non assurga a consenso tout court, allora e solo allora i medici avrebbero dovuto tenere in considerazione tale orientamento. A ragione il legislatore ha usato un diverso termine per distinguerlo dal consenso che i medici devono sempre rispettare.

I giudici sono caduti in un errore interpretativo che li ha condotti in contraddizione: dopo aver descritto e sostenuto l'istituto del consenso (rectius dissenso) quale massima espressione del diritto di scelta e di libertà e di dignità dell'uomo, hanno applicato l'art. 9 ad un caso in cui il dissenso era stato validamente opposto degradando tale libertà inviolabile a mero desiderio. La norma in questione andava applicata solo nei casi in cui il consenso non era stato ottenuto e poteva essere desunto dai "desideri" espressi dal paziente mentre era cosciente. La confusione concettuale in cui è caduta la Corte ha portato la giurisprudenza a rinnegare uno dei più importanti diritti umani, la libertà di scelta e di autodeterminazione; in questo caso si deve convenire che Etiam capillus unus umbram suam (Anche un solo capello fa la sua ombra).






L'amministrazione di sostegno

La Convenzione de qua continua con l'articolo 6, co. 3 ? Protezione delle persone che non hanno la capacità di dare consenso ? Allorquando, secondo la legge, un maggiorenne, a causa di un handicap mentale, di una malattia o per un motivo similare, non ha la capacità di dare consenso ad un intervento, questo non può essere effettuato senza l'autorizzazione del suo rappresentante, di un'autorità o di una persona o di un organo designato dalla legge. La persona interessata deve nei limiti del possibile essere associata alla procedura di autorizzazione. Il rappresentante, l'autorità, la persona o l'organo menzionati ai paragrafi 2 e 3 ricevono, alle stesse condizioni, l'informazione menzionata all'articolo 5. 5. L'autorizzazione menzionata ai paragrafi 2 e 3 può, in qualsiasi momento, essere ritirata nell'interesse della persona interessata. L'incoscienza è un motivo similare sussumibile all'handicap mentale perché il paziente versa in una situazione di incapacità d'agire ed allora viene in suo aiuto l'amministratore di sostegno che la Convenzione prevede in via generale ma che la Legge n. 6 del 09.01.2004 ha disciplinato minuziosamente. La legge ha novellato il Codice Civile ed ha la finalità di tutelare, con la minore limitazione possibile della capacità di agire, le persone prive in tutto o in parte di autonomia nell'espletamento delle funzioni della vita quotidiana, mediante interventi di sostegno temporaneo o permanente. I testimoni di Geova, recentemente, hanno sostituito il tesserino del rifiuto del sangue con la dichiarazione di nomina dell'amministratore di sostegno che dovrebbe essere effettuata ai sensi dell'art. 408 C.C. "in previsione della propria eventuale futura incapacità, mediante atto pubblico o scrittura privata autenticata". In presenza di gravi motivi, il giudice tutelare può designare con decreto motivato un amministratore di sostegno diverso, revocando quello designato dal testimone di Geova. Nella scelta, il giudice tutelare preferisce, ove possibile, il coniuge che non sia separato legalmente, la persona stabilmente convivente, il padre, la madre, il figlio o il fratello o la sorella, il parente entro il quarto grado ovvero il soggetto designato dal genitore superstite con testamento, atto pubblico o scrittura privata autenticata. L'art. 410 C.C. prevede che l'amministratore di sostegno, nello svolgimento dei suoi compiti deve tener conto dei bisogni e delle aspirazioni del beneficiario. Difatti i testimoni di Geova, che hanno redatto tale dichiarazione in funzione del rifiuto emotrasfusionale, hanno nominato proprio amministratore un altro compagno di fede poiché, anche per quanto qui sostenuto sulla particolarità dell'Ordine religioso, solo un testimone di Geova capisce l'importanza che riveste tale precetto sulla propria fede. La dichiarazione andrebbe rinnovata ogni dieci anni perché "L'amministratore di sostegno non è tenuto a continuare nello svolgimento dei suoi compiti oltre dieci anni, ad eccezione dei casi in cui tale incarico è rivestito dal coniuge, dalla persona stabilmente convivente, dagli ascendenti o dai discendenti". E' vero che l'art. 412 C.C. prevede che il Pubblico Ministero possa opporsi presso il Giudice Tutelare per gli atti che procurano nocumento al beneficiario (e quindi nel caso di rifiuto all'emotrasfusione chiedere di annullare il dissenso), ma se l'oggetto della nomina è unicamente tale rifiuto, annullarla in caso di esercizio, sarebbe una contraddizione in termini poiché allora tale dichiarazione sarebbe nulla ex tunc e non ex nunc per il solo fatto che la situazione aleatoria si sia poi verificata. E' quindi logico che tale norma si applica solo quando l'amministratore di sostegno procuri nocumento solo quando la sua azione sia in contrasto con quella del beneficiario e non quando eserciti conformemente il proprio mandato. La dichiarazione de qua dovrà contenere in maniera specifica le diverse situazioni, anche gravi, urgenti e irreversibili che il beneficiario intende prevedere e determinare. Visto che la giurisprudenza è ancora giovane per decidere un caso simile, speriamo che valuti attentamente le ragioni giuridiche e fattuali qui descritte e sostenute affinché si faccia giustizia e si rispettino le convinzioni religiose delle minoranze. Questo potrà sperimentarsi quando, su istanza del personale di assistenza medica o del Pubblico Ministero, in opposizione a quanto stabilito dal paziente nella nomina dell'amministratore di sostegno, il Giudice Tutelare dovrà decidere se annullare o modificare il contenuto della dichiarazione; ma, si insiste, la dottrina dovrà contestare tale eventuale decisione perché è contraddittoria e viola l'animus legislatoris della norma in esame. Così si auspica, ai sensi dell'articolo 24 della Convenzione di Orviedo, che giudici coraggiosi e non preoccupati delle critiche del mondo cattolico, riconoscano ai testimoni di Geova il diritto di scelta fino a liquidare in via equitativa ex art 1226 C.C. il risarcimento per le violazioni subite.

Domina omnium et regina ratio (Che la ragione sia padrona e regina di tutti, Cicerone).










Documenti
Sentenza



fonte

Note sull'autore
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Dott. Mauro Di Fresco
Giurista specializzato in diritto pubblico e
Master presso la Corte Suprema in
Responsabilità professionale del Medico;
Professore di Diritto Sanitario della I Facoltà
di Medicina e Chirurgia Università degli Studi
di Roma "Sapienza"; Responsabile Ufficio
Legale Nazionale UGL Università per le
questioni medico-sanitarie.