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Lo sterminio nazista dei testimoni di Geova



TRIANGOLI VIOLA: le vittime dimenticate. Ecco la storia di una straordinaria resistenza

Al bando nella clandestinità


È stato opportunamente detto che "non è mai troppo tardi per ricordare", e per questo anche se oltre mezzo secolo ci separa dai fatti la vicenda dell'internamento nei campi di concentramento e di sterminio è ancora di attualità. La cosiddetta "burocrazia dello sterminio nazista" ha tentato di annullare l'esistenza di milioni di individui nei 13 anni forse più tragici della storia europea contemporanea. Nel caso di 11 milioni di persone lo ha fatto letteralmente provocandone la morte fisica. Di tutti gli internati si è tentato comunque di annullare l'individualità e la dignità. Bambini e adulti hanno sofferto pene indicibili. La burocrazia dello sterminio non aveva a che fare tanto con esseri umani, quanto con categorie. E queste nei campi si distinguevano per i triangoli e le stelle di vari colori.

Le cifre
Secondo cifre incomplete, fra il 1933 e il 1945 circa 10.000 testimoni di Geova furono vittime dirette del nazionalsocialismo. Fra le misure prese nei loro confronti ci furono la perdita del lavoro, della pensione di vecchiaia e dei benefici previdenziali, multe e internamento in prigioni, campi o riformatori. Circa 840 figli di Testimoni furono sottratti ai genitori. Circa 6.000 Testimoni (di cui più di 445 austriaci) furono rinchiusi in prigioni e campi. Complessivamente circa 2.000 di loro vi trovarono la morte, più di 250 dei quali giustiziati.

Così, com'è noto, la categoria degli ebrei aveva la stella gialla, quella dei politici un triangolo rosso (con indicazione della nazione di provenienza), i delinquenti erano contrassegnati dal triangolo verde, gli omosessuali da quello rosa, i rom e i sinti (definiti zingari) da uno marrone, e così via per un totale di 8-9 categorie, una delle quali era quella dei testimoni di Geova, riconoscibili nei campi dal triangolo viola che indossavano.



Le categorie, a loro volta, rimandavano alle ragioni che giustificavano (sempre ché le coscienze naziste cercassero giustificazioni) dapprima il colpirle, quindi l'internamento e, infine, la soppressione o la "soluzione finale". Per certe categorie le ragioni erano di ordine etnico: la distanza dallo pseudomodello razziale ariano "giustificava" la repressione e l'internamento di categorie ritenute neppure appartenenti all'umanità, quali ebrei e zingari. Per altre categorie, le motivazioni dell'internamento erano di ordine ideologico, come nel caso dei politici. Per un'unica categoria, per meglio dire, per un unico gruppo, tuttavia, le ragioni erano di ordine esclusivamente religioso. Era proprio questo a rendere così peculiare la presenza di questa comunità relativamente piccola all'interno del sistema concentrazionario. Si trattava dei testimoni di Geova. Quando i nazisti salirono al potere nel 1933, i poco più di 20.000 Testimoni tedeschi furono immediatamente presi di mira quali nemici dello Stato per il loro rifiuto di sostenere l'ideologia nazista imperniata sull'odio.

Quasi 10.000 Testimoni infine avrebbero sofferto nelle prigioni o nei campi nazisti, dove 2.000 di loro trovarono la morte.

Pur scrupolosi nell'osservare le leggi, i Testimoni non prendevano parte alle questioni politiche e soprattutto alle guerre. Dal loro credo religioso discendevano una serie di comportamenti quotidiani che si scontravano con l'ideologia totalizzante del nazismo: il rifiuto di imbracciare le armi innanzitutto e di lavorare per l'industria bellica, il rifiuto di idolatrare il führer (il saluto "Heil Hitler!") o la svastica, il rifiuto di aderire al partito nazista, nonché l'imparzialità con cui diffondevano il messaggio evangelico non facendo distinzioni tra etnie, razze, ecc. Quella dei Testimoni fu la prima associazione religiosa ad essere proscritta nella Germania nazista già nella primavera del1933, e tra i primi internati c'erano appunto i Testimoni, la cui presenza nei campi è documentabile almeno sin dal 1934. I comportamenti che scaturivano dal proprio credo religioso erano seguiti dai Testimoni con coerenza e scrupolo, come hanno messo in luce anche diversi studiosi. Wolfgang Sofsky, sociologo tedesco, ha fatto notare: "Le SS attribuivano a questi detenuti [testimoni di Geova] un'influenza maggiore di quella che in realtà avevano. Per molti anni essi vennero perseguitati assai duramente a causa del loro coerente atteggiamento di resistenza passiva: per rompere la loro solidarietà si decise di sparpagliarli in blocchi diversi, ma poi si dovette fare marcia indietro quando ci si accorse del pericolo rappresentato dal loro attivismo «missionario» all'interno delle camerate. [...] la resistenza passiva dei testimoni di Geova era rivolta soltanto contro quegli ordini che erano inconciliabili con le loro concezioni religiose".

Per uscire dai campi di concentramento o di prigione ai Testimoni internati sarebbe stato sufficiente firmare una abiura (non a caso, uno strumento tipico della repressione religiosa). Era un foglio banale, in cui il detenuto sottoscriveva una dichiarazione che diceva in parte: "Ho lasciato completamente l'organizzazione [degli Studenti Biblici o Testimoni di Geova] e mi sono liberato nel modo più assoluto degli insegnamenti di questa setta. Con la presente assicuro che mai più prenderò parte all'attività [...] degli Studenti Biblici. Denuncerò immediatamente chiunque mi avvicini con l'insegnamento degli Studenti Biblici o riveli in qualche modo di farne parte. Consegnerò immediatamente al più vicino posto di polizia tutte le pubblicazioni degli Studenti Biblici che dovessero essere inviate al mio indirizzo.
In futuro stimerò le leggi dello Stato, specie in caso di guerra difenderò, armi alla mano, la madrepatria e mi unirò in tutto e per tutto alla collettività".



Accontentandosi di una semplice firma su un foglio di carta, i nazisti riconoscevano implicitamente il rigore morale e la coerenza dei Testimoni. Sapevano di dover combattere con loro una battaglia per il dominio dello spirito. Se fossero riusciti a infrangere l'integrità e la coerenza del singolo Testimone inducendolo a firmare l'abiura, ne avrebbero fiaccato la spiritualità. Era una lotta di religione.




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Nel '36 distribuirono in Germania un opuscolo contro la persecuzione


Tra i primi a denunciare

PER giustificare i silenzi e le omissioni riguardo a quella che ora ci appare come la più raccapricciante tragedia del nostro secolo - lo sterminio di milioni di persone nei campi di concentramento nazisti - si invoca spesso l'attenuante delle scarse informazioni su cosa accadeva realmente sotto il regime di Hitler. È un ritornello pressoché così tante:'Le informazioni non erano complete. Non era possibile conoscere la reale portata di quanto stava accadendo. Fuori di Germania, solo alcuni governanti sapevano quanto stava succedendo'. Ed è stato usato per giustificare il comportamento sia di governi che di organizzazioni laiche o confessioni religiose.



Ma in quegli anni, prima che si cominciassero a intravedere gli effettivi confini di quel crimine contro l'umanità che è stato il sistema concentrazionario, chi denunciava i fatti veniva tacciato di essere subdolamente fazioso, di voler proteggere interessi di parte, di un gruppo etnico o religioso, e così via. E se una minoranza levava la voce per denunciare le atrocità che venivano commesse non era neppure presa in considerazione, nella convinzione che si trattasse delle esagerazioni di fanatici.

Eppure la storia ha più volte mostrato che spesso le "esagerazioni" sono molto più vicine di quanto non si creda alla realtà dei fatti. Lo dimostrano anche i documenti che i testimoni di Geova hanno prodotto e divulgato per far conoscere la barbarie dell'"ordine del terrore" nazista. Si può fondatamente asserire che i Testimoni sono stati tra i primi a denunciare le crudeltà che avvenivano nei campi di concentramento, rivelando non solo le torture che venivano inflitte ai loro confratelli in Germania, ma anche le sofferenze patite da tanti altri gruppi di internati o singoli individui. Lo si rileva dalle loro stesse pubblicazioni.

Gli storici dicono che i primi campi di concentramento furono aperti all'inizio del 1933, proprio all'indomani dell'ascesa al potere di Hitler. E già a metà del 1933 i testimoni di Geova non esitarono a informare l'opinione pubblica di ciò che erano venuti a sapere. Coraggiosamente e andando contro corrente, nell'agosto 1933 la rivista Golden Age (pubblicata dai testimoni di Geova), ad esempio, riportava la corrispondenza di un giornalista, Frederick Birchall, sulla "rivoluzione nazista in Germania": "È stata realizzata a prezzo di indicibili difficoltà e sofferenze, come possono attestare le migliaia di cittadini onesti e patriottici che sono stati privati della casa e dell'impiego, le migliaia di oppositori politici che sono ora rinchiusi dietro il filo spinato dei campi di concentramento e condannati ai lavori forzati a motivo della loro opposizione, e le poche migliaia di persone autoesiliatesi per sfuggire ai terrori del nuovo regime". Descrivendo l'oppressivo "sistema spionistico" nazista, la stessa rivista diceva all'inizio del 1935:
"Può introdursi in qualunque abitazione privata, può far ricorso alla tortura, e non ci si può appellare contro le sue iniziative o le sue decisioni. Può operare arresti e incarcerare sulla scorta di semplici sospetti senza che le sue vittime ne sappiano le ragioni". Più volte i Testimoni denunciarono che in Germania lo stato di diritto non esisteva più. Le denunce non si fermarono qui. Nel 1937 Consolation dava una notizia inquietante a proposito di un nuovo gas venefico (l'Ott 20) prodotto in una fabbrica di Hochst, presso Francoforte. Dopo aver descritto i danni ambientali prodotti vicino al luogo di produzione, la notizia concludeva: "Il gas viene impiegato in via sperimentale nel campo di concentramento di Dachau". Una notizia che farebbe bene a rileggere chi oggi arriva a stravolgere a tal punto i fatti storici da affermare che le camere a gas non siano mai esistite!

Inoltre, "i primi tedeschi ad essere internati nei campi furono i comunisti, i socialdemocratici, i sindacalisti, i Bibelforscher [o, testimoni di Geova], ecc.", ricordano Sylvie Graffard e Léo Tristan nel loro libro I Bibelforscher e il nazismo (1933-1945). Anche per questo motivo, quindi, i Testimoni avevano notizie di prima mano sulle reali condizioni esistenti nei campi di concentramento nazisti.

Così, ad esempio, Franz Zürcher, un Testimone svizzero, documentò e denunciò vari casi di persecuzione e trattamento inumano nei confronti di suoi confratelli, raccogliendoli in un libro dal significativo titolo "Crociata contro il cristianesimo" (Kreuzzug gegen das Christentum), pubblicato in tedesco a Zurigo nel 1938, e l'anno dopo in francese a Parigi. Quelle pagine turbarono profondamente, per sua stessa ammissione, Thomas Mann -- celeberrimo autore di La morte a Venezia e La montagna incantata -- che spiegò in una lettera: "Non posso descrivere il sentimento misto di disprezzo e di orrore che mi ha colto sfogliando queste testimonianze di una bassezza umana ineguagliabile e di una crudeltà inqualificabile. Le parole non riescono a descrivere l'abiezione della mentalità che è rivelata da queste pagine che ci raccontano le orribili sofferenze di vittime innocenti fermamente attaccate alla loro fede. Vorremmo tacere di fronte a ciò che è impossibile qualificare, ma la nostra coscienza non ci rimprovererebbe forse questo silenzio?" F. Zürcher, Kreuzzug gegen das Christentum.

"La nostra coscienza non ci rimprovererebbe forse questo silenzio?" Sulla barbarie nazista molti -- leader religiosi inclusi -- mantennero quello che da più parti è stato giudicato un "silenzio colpevole", adducendo svariate motivazioni. Ma i testimoni di Geova ebbero il coraggio di parlare. "Come si può rimanere in silenzio?", chiedeva Consolation nel maggio 1939. "Come si può rimanere in silenzio di fronte agli orrori di un paese, come la Germania, in cui 40.000 persone innocenti vengono arrestate in un colpo solo; in cui 70 di loro sono state messe a morte in una sola notte in una sola prigione; in cui l'unico modo per sfuggire all'arresto è vagare nei boschi o spostarsi, notte e giorno, da un posto all'altro in treno; in cui il proprio mobilio viene bruciato nelle pubbliche piazze; in cui la folla cerca di impedire a una donna di fuggire da un edificio in fiamme; in cui tutte le case, gli istituti, gli ospedali per gli anziani, i poveri e i bisognosi e tutti gli orfanotrofi vengono distrutti? 520 sinagoghe sono state date alle fiamme".
La rivista proseguiva poi fornendo agghiaccianti particolari sulle sadiche torture inflitte agli internati del "campo di concentramento di Dachau", nel tentativo di punire anche "la più piccola deviazione dalle regole ariane".

Pochi mesi dopo i Testimoni di nuovo tornarono a levare coraggiosamente la voce per denunciare all'opinione pubblica mondiale quanto stava accadendo in Germania, non solo ai loro correligionari, ma a centinaia di migliaia di altre vittime inermi. Martin Harbeck era un Testimone che in quegli anni risiedeva in Svizzera e teneva i contatti con i suoi confratelli tedeschi. In un resoconto preparato per la rivista Consolation, Harbeck scrisse: "Il trattamento dei prigionieri non è identico in tutte le parti della Germania, e in effetti chi è in prigione è trattato meno crudelmente di chi si trova nei campi di concentramento. Ma il grido per i crimini commessi dai gangster nazisti con l'approvazione ufficiale dell'attuale governo tedesco giunge sino al cielo; e se solo una piccola parte di quei crimini fossero conosciuti e creduti dalle persone sincere del mondo, questa conoscenza spingerebbe indubbiamente tutti gli uomini buoni del mondo a considerare simili barbari con disgusto e disprezzo". Sempre rifiutandosi di mantenere un silenzio omissivo, questa piccola, e purtroppo inascoltata, minoranza religiosa rese noti in quegli anni vari particolari sul sistema concentrazionario nazista di cui veniva via via a conoscenza. Così, in un articolo intitolato "Sadismo Über Alles", Consolation del 26 luglio 1939 (pp. 3-4) chiedeva: "Quanti sanno che nella Germania nazista esistono campi di concentramento per le donne?", e riferiva poi le terribili vicende di una non Testimone detenuta per un certo periodo nel campo di concentramento di Licthenburg, dove, su 1.000 internate, 150 erano ebree e ben 300 testimoni di Geova. "Le urla delle donne bastonate nelle loro celle erano agghiaccianti, e non le potrò mai cancellare dalla mia memoria", diceva la donna.




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I DUE TESTIMONI DI GEOVA ITALIANI DEPORTATI NEI LAGER NAZISTI


Narciso Riet



Narciso Riet nacque nel 1908 in Germania nella regione della Ruhr, dove crebbe. Figlio di emigranti friulani, conservò la nazionalità italiana. Durante la seconda guerra mondiale, collaborò attivamente per organizzare e coordinare l'opera clandestina dei testimoni di Geova in vari territori sotto il dominio nazifascista, percorrendo oltre all'Italia anche Germania, Austria e Cecoslovacchia. Attraversava il confine italo-austriaco con articoli microfilmati della Torre di Guardia, periodico biblico dei testimoni di Geova, che poi venivano battuti a macchina e ciclostilati per la diffusione tra i fedeli.
Rifugiatosi in Italia nel 1943 per sfuggire all'arresto, dalla sua abitazione di Cernobbio si adoperò con altri Testimoni per fornire pubblicazioni bibliche ai Testimoni dell'Italia centro-settentrionale. Scoperto e arrestato dalla Gestapo, fu ricondotto in Germania dove fu detenuto in vari luoghi. Venne processato per le sue attività in "violazione delle leggi sulla sicurezza nazionale", riconosciuto colpevole per avere avuto una "posizione importante nell'organizzazione internazionale degli studenti biblici" (così si legge nella sentenza della Corte popolare di giustizia, III Senato, ora negli Archivi Federali di Berlino) e condannato a morte il 23 novembre 1944. Altri testimoni di Geova internati riferirono dopo la fine della guerra di averlo incontrato nel carcere berlinese di Plötzensee, da dove passò poi al braccio della morte del carcere di Brandeburgo. Secondo le testimonianze raccolte, alla fine del 1944 o all'inizio del 1945, fu tra i 90 prigionieri trasportati a Gardelegen (distretto di Magdeburgo) per essere fucilati. Da quel momento si perde ogni traccia di Narciso Riet.
Il Comune di Cernobbio ha dedicato una targa a Narciso Riet, che è stata posta nel 'Luogo della Memoria', accanto ad altre targhe.

Salvatore Doria



Salvatore Doria era un Testimone di Cerignola. Prima di unirsi ai Testimoni a 17 anni, aveva fatto parte di una chiesa valdese della zona. Pur vivendo in una parte del paese in cui poteva avere contatti solo sporadici con altri testimoni di Geova, Doria si distinse per la sua attività di evangelizzatore, in seguito alla quale alcuni parenti, amici o ex correligionari divennero testimoni di Geova.
Salvatore Doria fu arrestato e condannato nel 1940 a 11 anni di reclusione dal Tribunale Speciale fascista. Mentre era detenuto nel carcere di Sulmona, fu deportato in Germania, prima a Dachau e poi nel campo di Mauthausen, da dove fu liberato nel 1945 all'arrivo degli americani. La sua salute, soprattutto psichica, fu gravemente compromessa dalla terribile esperienza dei campi. Morì nel 1951, a soli 43 anni.




(Foto in basso: pagine originali dell'articolo)









Questo articolo è stato pubblicato sul giornale Il Quotidiano, in data 9 febbraio 2008, rubrica Dossier, pagine 14-15

© Estrazione e rielaborazione grafica a cura della Redazione Cristiani Testimoni di Geova .net