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“Siete contro lo Stato”



Questa è una delle false accuse mosse per mettere i testimoni di Geova in cattiva luce presso le autorità costituite. Anche per sbarazzarsi di Gesù, i capi religiosi gli rivolsero tre specifiche accuse che, guarda caso, vertevano proprio sul rapporto tra Gesù e lo Stato romano:

“Abbiamo trovato quest'uomo mentre [1] sovvertiva la nostra nazione, [2] proibiva di pagare le tasse a Cesare e diceva che [3] egli stesso è Cristo re” (Luca 23:2).

Chiaramente, si trattava di imputazioni completamente infondate. Gesù non sovvertiva la nazione e non intendeva affatto sostituirsi a Pilato o all'imperatore Tiberio. Insegnava il futuro arrivo del Regno di Dio del quale sarebbe stato il re (Matteo 6:9,10). Anziché proibire di pagare le tasse diceva di dare a Cesare le cose di Cesare e a Dio le cose di Dio (Matteo 22:21; Marco 12:17; Luca 20;25). Le parole di Gesù erano state artificiosamente manipolate per fare di lui un ribelle agli occhi delle autorità romane. Ma chi era effettivamente contro le autorità a quel tempo? Gesù o piuttosto i capi religiosi ebrei, i quali volevano scrollarsi di dosso il giogo della denominazione romana?

Lo stesso trattamento fu riservato ai primi discepoli di Cristo. Gli oppositori li accusavano di agire “contro i decreti di Cesare, dicendo che non c'è altro re, Gesù” (Atti 17:7). Le fonti antiche attestano che accuse del genere influirono non poco sul concetto che i romani si fecero dei cristiani. Come ricorda Tacito, erano definiti “odiatori del genere umano” e “odiosi per le loro nefandezze” (Annales , XV). Come riferiva nel II-III secolo Minucio Felice, i nemici del cristianesimo dicevano che i ‘cristiani minacciavano di incendiare l'intera terra e prepararne la rovina' (Ottavio , XI). I cristiani erano presentati come un pericolo per le istituzioni, un corpo avulso dalla società, anzi addirittura dannoso alla comunità. Cosa che, come ben sappiamo, i veri cristiani certo non erano.

Oggi avviene la stessa cosa: per mettere in cattiva luce chi vive secondo i principi biblici si montano accuse diffamatorie. Dei cristiani suoi correligionari, Tertulliano, nell' Apologetico (XXXI-XXXV), diceva che rendevano migliore la società, perché pagavano le tasse, rispettavano la legge, avevano norme morali elevatissime, e così via. Erano piuttosto i pagani, che adulavano l'imperatore ma poi ne violavano le leggi, ad essere un pericolo per la società. Oggi, i testimoni di Geova pensano che se ci si attiene alle norme bibliche si diventa cittadini migliori e si opera per il bene della società. Chi è invece che oggi infastidisce le autorità delle varie nazioni, immischiandosi nella politica? Non sono spesso proprio alcune delle religioni “istituzionali”?

I Testimoni riconoscono che qualunque governo, anche il “peggiore”, è sempre meglio dell'anarchia e dell'assenza di regole per la convivenza civile. In qualsiasi nazione vivano, per loro è vincolante il precetto di essere ‘sottoposti alle autorità superiori', ai governi, anche perché “chi si oppone all'autorità si mette contro la disposizione di Dio” . Cosa implica questa sottomissione? La scrupolosa ubbidienza alle leggi, comprese quelle relative alle tasse. “Rendete a tutti ciò che è dovuto” , dice la Bibbia, “a chi chiede la tassa, la tassa; a chi chiede il tributo il tributo; a chi chiede timore, tale timore; a chi chiede onore, tale onore” (Romani 13:1-2,7; 1 Pietro 2:13-17).

Le dottrine dei testimoni di Geova non costituiscono né una sfida né una minaccia per il governo. La loro non ingerenza negli affari politici è del tutto inoffensiva. Il loro atteggiamento è lo stesso che aveva Gesù, il quale non si volle intromettere nei campi di specifica competenza dei governi, “le cose di Cesare” (Matteo 22:21). In un'occasione la folla, dopo aver visto Gesù sfamare miracolosamente miglia di persone, lo volevano incoronare re. Gesù, saputolo, sparì dalla circolazione, anche se come re umano avrebbe potuto fare del bene (Giovanni 6:14,15). L'insegnamento di Gesù era che il sistema si poteva riformare solo con il radicale intervento del Regno di Dio, a tempo debito e senza che i suoi servitori dovessero combattere. “Il mio regno non fa parte di questo mondo. Se il mio regno facesse parte di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai giudei. Ma ora il mio regno non è di qui” (Giovanni 18:36).

Parlando dell'atteggiamento dei primi cristiani verso lo Stato, il prof. Paolo Siniscalco (docente di letteratura cristiana antica) ha scritto:

“Alla luce dei passi scritturali e degli sviluppi che ne discendono si è in grado di meglio situare l'esperienza dei martiri più antichi, di intendere il motivo dell'ossequio da loro prestato al sovrano e del rifiuto di adorarlo… [In Gesù e nei primi cristiani] è opportuno ricordare un atteggiamento neutro, se non positivo, verso l'autorità e verso i diritti che essa esercita su chi vi è sottoposto, svolgendo il suo compito. Il riconoscimento di tali diritti sembra costituire la base stessa del consorzio in cui l'uomo, secondo il disegno divino, si trova ad essere; un atteggiamento che tende a distinguere il ‘politico' dal ‘religioso', pur non generando alcun contrasto tra l'uno e l'altro ambito e, tanto meno, alcuna incompatibilità… Sia nella vita sia nelle parole dei cristiani appare con chiarezza l'inspirazione neotestamentaria, che provoca una novità di notevole rilievo: la distinzione tra il politico e il religioso proposta e coerentemente perseguita in un ambiente in cui la storia, tradizione, abitudini e mentalità davano per scontato lo stretto, inscindibile legame tra l'una e l'altra sfera” (Il cammino di Cristo nell'impero romano , 1983, pp. 104-8. Il corsivo è nostro).

I primi cristiani perciò mantenevano un atteggiamento di rispettosa sottomissione alle autorità statali, pur restando sottoposti a Dio. Il noto studioso di teologia morale Bernhard Häring ha commentato il passo di Romani 13:1-7 dicendo che esso non richiede da parte dei cristiani “un'obbedienza assoluta, ma solo ‘sottomissione' e proibisce un atteggiamento di ribellione” (Liberi e fedeli in Cristo: teologia morale per preti e laici , vol. 3, pag.440). I Testimoni, come i primi cristiani, non sono contro lo Stato e non si immischiano nelle questioni politiche. Nel passato si asseriva che essi fossero contro lo Stato per il fatto che i loro giovani sono stati obiettori di coscienza. Anche se ora questo “conflitto” è stato completamente risolto con l'eliminazione del servizio di leva obbligatorio dal 2005, è giusto ricordare quanto opportunamente fatto notare il relazione all'obiezione di coscienza in generale:

“…l'obiettore non è un rivoluzionario, che ha di mira il sovvertimento dell'ordine costituito e l'instaurazione di un nuovo ordine sociale; egli si limita a portare avanti – disubbidendo alle leggi che ritenga ingiuste – un'indiretta, ma dura, esortazione al buon senso del potere. L'obiezione insomma riafferma la legittimità di principio dell'opera del legislatore e la sua necessarietà come momento di mediazione tra la verità (del diritto) e la dinamica concreta della storia (di cui si fan carico le leggi positive)” (F. D'Agostino, “l'obiezione di coscienza”, in diritto come problema teologico ed altri saggi di filosofia e teologia del diritto , pag.187).

“A ben vedere obiezione di coscienza in senso proprio è il rifiuto di obbedire alla norma positiva, con conseguente accettazione – implicita o esplicita – della sanzione che ad esso segue. L'obiettore non contesta, come invece accade nelle varie fattispecie di resistenza, la legittimità dell'autorità che ha posto il comando o la giuridicità dell'ordinamento: è per questo che accetta la sanzione. Egli vuole esprimere piuttosto un consenso profondo a una legge più alta e non eludibile, qual è appunto quella della propria coscienza” (G. Dalla Torre “Ruolo della Chiesa nella società civile: pastori e laici nella prospettiva ecclesiologico-canonica” in cattolici e la società pluralista. Il caso delle leggi “imperfette” , a cura di J. Joblin, R. Tremblay, pp. 120-2).

D'altro canto, i valori della coscienza individuale tendono ad essere sempre più riconosciuti. A solo titolo di esempio, si potrebbe ricordare che lo stesso Giovanni Paolo II, nella sua enciclica Evangelium vitae, ha esortato i cattolici a mettere la propria coscienza al di sopra delle leggi statali, affermando che “non è mai lecito conformarsi” a una legge “intrinsecamente ingiusta” . E, dopo aver affermato che tutti hanno il “diritto a non essere costretti a partecipare ad azioni moralmente cattive” , ha ribadito che “rifiutarsi di partecipare a commettere un'ingiustizia è non solo un dovere morale, ma è anche un diritto umano basilare” (Giovanni Paolo II, Evangelium vitae , pp.108.9).

Anche il nuovo “Catechismo degli adulti” preparato dalla Conferenza episcopale italiana sottolinea il valore dell'obiezione di coscienza con queste parole:

“La coscienza cristiana a volte contesta qualche legge particolare; non intende però contestare lo stato come tale…L'obiezione di coscienza, mettendo in luce i limiti e i rischi di qualche soluzione approvata dalla maggioranza, richiama l'attenzione sul fatto che non sempre ciò che è legale è anche morale, e in definitiva favorisce l'ulteriore crescita umana” (Conferenza episcopale italiana, La verità vi farà liberi , p.447)

Pertanto alla luce di quanto sopra esposto, sostenere che i testimoni di Geova sono contro lo Stato non solo è un'accusa infondata, ma anche strana se si pensa che a sostenere ciò sono organismi sorti in seno, e appoggiati dalla Chiesa Cattolica.

I testimoni di Geova sono risoluti, se è necessario, a “ubbidire a Dio come governante anziché agli uomini” e ciò avviene (in rari casi) solo quando le leggi umane contrastano con le leggi di Dio. Quando ciò accade non significa essere contro lo Stato ma semplicemente essere contro quella particolare legge che si pone in conflitto con la suprema legge di Dio e della propria coscienza.