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Minibisturi per 5 ore sul tumore al cervello

Il primario Volpin e la sua équipe salvano la vita ad una donna siciliana già operata anni fa

S. BORTOLO. Un delicatissimo intervento in neurochirurgia

Franco Pepe



Il tumore, a basso grado di malignità ma ugualmente subdolo, era al confine fra l'encefalo e il midollo spinale, continuava a ingrandirsi e l'aveva portata a un passo dalla paralisi. La donna ormai non camminava più, muoveva a stento le braccia.

Per una casalinga di 53 anni, Antonia A., che abita a san Giovanni La Punta, provincia di Catania, il destino sembrava segnato. Il primario di neurochirurgia del S. Bortolo Lorenzo Volpin l'aveva operata la prima volta alcuni anni fa, ma la cisti neoplastica si era riformata ancora più invasiva.

Non c'era tempo da perdere. Si poteva mettere un catetere fra la grossa escrescenza e lo spazio subaracnoideo in modo da drenare il liquido formatosi all'interno, ma il pericolo incombente restava comunque: a questo punto Volpin ha deciso di tentare un intervento al limite. Il midollo della paziente si presentava come un guscio sottilissimo, e qualsiasi manovra errata, sia pure di una inezia, avrebbe provocato danni irreversibili.

Il primario si è preparato mentalmente, poi ha iniziato un intervento durato più di 5 ore in cui con il suo minibisturi, guardando al microscopio, è riuscito a disegnare, una dopo l'altra, con movimenti estremamente misurati, una serie infinita di traiettorie perfette, passando in uno spazio infinitesimale senza sfiorare il midollo. Alla fine la cisti è stata asportata completamente.

La donna ha reagito alla grande, e, ora sta bene. Per Volpin e la sua squadra un altro alloro conquistato in silenzio in un'attività sempre vissuta pericolosamente. Padovano, 55 anni, il primario della neurochirurgia vicentina in 20 anni di sala operatoria ha eseguito qualcosa come 3 mila interventi al cervello, di cui almeno 2 mila 200 piuttosto complessi, ed è il neurochirurgo cercato dai Testimoni di Geova di tutta Italia perché su 450 pazienti finora operati non ha mai procurato una minima emorragia, e per loro che rifiutano le trasfusioni, questa è una condizione fondamentale.

Anche questa volta, comunque, rifugge dall'enfasi. La modestia è il suo verbo: «Sapevo che il sentiero da affrontare era molto rischioso, che in casi del genere il chirurgo è molto esposto, ma ho pensato solo alla paziente». Raggiante Antonia, già tornata a casa: «Grazie a questo intervento di altissimo profilo ho ripreso a vivere. E ringrazio tutti».



fonte

Questo articolo è stato pubblicato sul sito "Il Giornale di Vicenza", in data 14 luglio 2008, da parte del giornalista Franco Pepe, rubrica "Cronaca" (www.ilgiornaledivicenza.it)